quinta-feira, 13 de janeiro de 2011

Livro de Monsenhor Guido Marini

A editora francesa Artège acaba de publicar um livro de monsenhor Guido Marini, Mestre das Celebrações litúrgicas do Sumo Pontífice, tendo o título “La liturgie, mystère du salut”. (“A liturgia, mistério de salvação”), com prólogo de Dom Raymond Centène, bispo de Vannes (França).

Neste livro, e com absoluta fidelidade ao pensamento do Papa Bento XVI, seu cerimoniário expõe as razões fundamentais das mudanças litúrgicas que estamos conhecendo neste pontificado. Com uma linguagem clara e franca, monsenhor Marini aborda as questões mais controversas como a orientação do altar, a autêntica participação proveitosa dos fiéis, e o papel da música sacra.

Monsenhor Guido Marini nasceu em Gênova em 1965, é Doutor em Direito Civil e Canônico. Entre 1988 e 2003 foi secretário dos cardeais Tettamanzi e Bertone. Desde 2007 é o Mestre das Celebrações Litúrgicas do Sumo Pontífice, assistindo ao Papa em todas as cerimônias litúrgicas.

I segni esterni della Fede


I segni esterni di devozione da parte dei fedeli

Rubrica di teologia liturgica a cura di don Mauro Gagliardi

di Juan Silvestre*

Si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «Nella liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa» (CCC, n. 1097). La Liturgia è quindi “luogo” privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con Colui che Egli ha inviato, Gesù Cristo (cf. Gv 17,3).

In questo incontro l’iniziativa, come sempre, è del Signore, che si presenta, nel cuore della Ecclesia, risorto e glorioso. Di fatto, «se nella liturgia non emergesse la figura di Cristo, che è il suo principio ed è realmente presente per renderla valida, non avremmo più la liturgia cristiana, completamente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice» (Benedetto XVI, Ai Vescovi del Brasile [norte 2], 15.04.2010).

Cristo precede l’assemblea che celebra. Egli – che agisce inseparabilmente unito allo Spirito Santo – la convoca, la riunisce e la istruisce. Per questo, la comunità, ed ogni fedele che la forma, «deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere un popolo ben disposto» (CCC, n. 1098). Attraverso le parole, le azioni e i simboli che costituiscono la trama di ogni celebrazione, lo Spirito Santo pone fedeli e ministri in relazione viva con Cristo, Parola e Immagine del Padre, in modo che possano innestare nella propria vita il senso di ciò che ascoltano, contemplano e realizzano. Di qui che «ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (CCC, n. 1153).

In questo incontro l’aspetto umano è importante, come segnala anche san Josemaría Escrivá: «Io non ho un cuore per amare Dio e un altro per amare le persone della terra. Con lo stesso cuore con il quale ho amato i miei genitori e amo i miei amici, proprio con questo stesso cuore io amo Cristo e il Padre e lo Spirito Santo e Maria Santissima. Non mi stancherò mai di ripeterlo: dobbiamo essere molto umani; perché, altrimenti, non potremo essere neppure divini» (È Cristo che passa, n. 166). Per questo la fiducia filiale deve caratterizzare il nostro incontro con Cristo. Senza dimenticare tuttavia che «questa familiarità comporta anche un pericolo: quello che il sacro da noi continuamente incontrato divenga per noi abitudine. Si spegne così il timore riverenziale. Condizionati da tutte le abitudini, non percepiamo più il fatto grande, nuovo, sorprendente, che Egli stesso sia presente, ci parli, si doni a noi» (Benedetto XVI, Santa Messa del Crisma, 20.03.2008).

Uso da batina como um "Sinal exterior da Fé".
La Liturgia, e in modo speciale l’Eucaristia, «è l’incontro e l’unificazione di persone; la Persona, però, che ci viene incontro e desidera unirsi a noi è il Figlio di Dio» (Benedetto XVI, Alla Curia Romana, 22.12.2005). Il singolo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi davanti a Colui che è il tre volte Santo. Di qui la necessaria attitudine, piena di riverenza e di senso di stupore, che sgorga dal sapersi alla presenza della maestà di Dio. Non era forse questo ciò che Dio intendeva esprimere quando ordinò a Mosè di togliersi i sandali davanti al roveto ardente? Non nasceva da simile consapevolezza l’atteggiamento di Mosè e di Elia, che non osarono guardare Dio faccia a faccia? E non ci mostrano questa stessa disposizione d’animo i Magi che «prostratisi, lo adorarono»? I diversi personaggi del Vangelo che incontrano Gesù che passa, che perdona… non ci danno anch’essi un modello esemplare di condotta per i nostri incontri con il Figlio del Dio vivo?

In realtà, i gesti corporei esprimono e promuovono «l’intenzione e i sentimenti dei partecipanti» (IGMR, n. 42) e permettono di superare il pericolo che insidia ogni cristiano: l’abitudine. «Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile» (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 3). Per questo, «un segnale convincente dell’efficacia che la catechesi eucaristica ha sui fedeli è sicuramente la crescita in loro del senso del mistero di Dio presente tra noi. Ciò può essere verificato attraverso specifiche manifestazioni di riverenza verso l’Eucaristia, a cui il percorso mistagogico deve introdurre i fedeli» (Id., Sacramentum Caritatis, n. 65).

Gli atti di devozione si comprendono in modo adeguato in questo contesto di incontro con il Signore, che implica unione, «unificazione [che] può soltanto realizzarsi secondo le modalità dell’adorazione» (Id., Alla Curia Romana, 22.12.2005).
A comunhão de joelhos, outro sinal exterior da nossa fé.

Evidenziamo in primo luogo la genuflessione, «che si fa piegando il ginocchio destro fino a terra, e significa adorazione; perciò è riservata al SS.mo Sacramento e alla santa Croce, dalla solenne adorazione nell’Azione liturgica del Venerdì nella Passione del Signore fino all’inizio della Veglia pasquale» (IGMR, n. 274).

L’inchino del capo significa invece riverenza e onore. Nel Credo – eccetto nelle solennità del Natale e dell’Annunciazione (Incarnazione), nelle quali si sostituisce con la genuflessione – compiamo questo gesto pronunciando le mirabili parole: «E per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo».

Da ultimo, vogliamo mettere in luce il gesto di inginocchiarsi al momento della consacrazione e, dove si conserva quest’uso, dal Sanctus fino alla fine della Preghiera Eucaristica, o anche ricevendo la sacra Comunione. Si tratta di segni forti, che manifestano la consapevolezza di stare davanti a Qualcuno di speciale. È Cristo, il Figlio del Dio vivo, e davanti a Lui cadiamo in ginocchio. Nell’inginocchiarsi, il significato spirituale e corporeo formano un’unità, perché il gesto corporeo implica un significato spirituale e, viceversa, l’atto spirituale esige una manifestazione, una traduzione esteriore. Inginocchiarsi davanti a Dio non è qualcosa di “poco moderno”; al contrario corrisponde alla verità del nostro stesso essere. «Chi impara a credere, impara anche ad inginocchiarsi, ed una fede e una liturgia che non conoscesse più l’inginocchiarsi sarebbe malata in un punto centrale. Dove questo gesto è andato perduto, dobbiamo impararlo di nuovo, per rimanere con la nostra preghiera nella comunione degli Apostoli e dei martiri, nella comunione di tutto il cosmo, nell’unità con Gesù Cristo stesso» (J. Ratzinger, Teologia della liturgia [Opera omnia 11], LEV, Città del Vaticano 2010, p. 183).

***
[Traduzione dallo spagnolo di don Mauro Gagliardi; il prossimo articolo della rubrica sarà pubblicato il 26 gennaio]

* Don Juan Silvestre è professore di Liturgia presso la Pontificia Università della Santa Croce e Consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti nonché dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

quarta-feira, 12 de janeiro de 2011

Catequese de Bento XVI sobre Santa Catarina de Gênova


Queridos irmãos e irmãs,


hoje, desejo falar-vos de outra Santa que leva o nome de Catarina, após Catarina de Sena e Catarina de Bolonha; falo de Catarina de Gênova, conhecida sobretudo por sua visão do purgatório. O texto que descreve sua vida e pensamento foi publicado na cidade liguresa em 1551; é dividido em três partes: a Vida propriamente dita, a Dimostratione et dechiaratione del purgatorio [Demonstração e declaração do purgatório] – mais conhecida como Trattato - e o Dialogo tra l’anima e il corpo [Diálogo entre a alma e o corpo]. O autor final foi o confessor de Catarina, o sacerdote Cattaneo Marabotto.

Catarina nasceu em Gênova, em 1447; última de cinco filhos, ficou órfã do pai, Giacomo Fieschi, quando ainda era pequena. A mãe, Francesca di Negro, deu-lhe uma válida educação cristã, tanto que a maior das duas filhas tornou-se religiosa. Aos dezesseis anos, Catarina foi prometida em casamento a Giuliano Adorno, um homem que, após várias experiências comerciais e militares no Oriente Médio, havia retornado a Gênova para se casar. A vida matrimonial não foi fácil, também pelo caráter do marido, inclinado aos jogos de azar. A própria Catarina foi induzida inicialmente a cultivar um tipo de vida mundana, na qual, contudo, não chegou a encontrar serenidade. Após dez anos, no seu coração havia um sentimento de profundo vazio e amargura.

A conversão iniciou em 20 de março de 1473, graças a uma experiência singular. Foi para a Igreja de São Bento e ao Mosteiro de Nossa Senhora das Graças, para confessar-se, e, ajoelhando-se diante do sacerdote, "recebeu – como ela mesma escreve – uma ferida no coração, de um imenso amor de Deus", com uma visão tão clara de suas misérias e de seus defeitos e, ao mesmo tempo, da bondade de Deus, que quase desmaia. Foi tocada no coração por essa consciência de si mesma, da vida vazia que levava e da bondade de Deus. Dessa experiência nasce a decisão que orientou toda a sua vida, expressa nas palavras: “Não mais o mundo, não mais pecados" (cf. Vita mirabile, 3rv). Catarina, em seguida, fugiu, deixando em aberto a Confissão. De volta à casa, entrou no quarto mais escondido e chorou longamente. Naquele momento, foi instruída interiormente sobre a oração e teve consciência do imenso amor de Deus pelos pecadores, uma experiência espiritual que não conseguiu expressar em palavras (cf. Vita mirabile, 4r). É nessa ocasião que lhe aparece Jesus sofredor, carregando a cruz, como frequentemente é representado na iconografia da Santa. Poucos dias depois, retornou ao sacerdote para fazer finalmente uma boa Confissão. Começou aqui aquela "vida de purificação" que, por muito tempo, a fez experimentar uma constante dor pelos pecados cometidos e a levou a impor-se penitências e sacrifícios para mostrar a Deus o seu amor.

Nesse caminho, Catarina foi aproximando-se sempre mais do Senhor, até entrar naquela que é chamada "vida unitiva", um relacionamento, isto é, de união profunda com Deus. Na Vita, é descrito que a sua alma era guiada e domesticada interiormente somente pelo doce amor de Deus, que lhe dava tudo aquilo de que tinha necessidade. Catarina abandonou-se de modo tão absoluto nas mãos do Senhor a ponto de viver, por cerca de vinte e cinco anos – como ela escreve – "sem mediação de nenhuma criatura, sendo somente por Deus instruída e governada" (Vita, 117r-118r), alimentada sobretudo pela oração constante e pela Santa Comunhão, recebida diariamente, algo que não era comum no seu tempo. Somente muitos anos mais tarde o Senhor lhe deu um sacerdote que cuidasse de sua alma.

Catarina sempre foi relutante no confidenciar e manifestar a sua experiência de comunhão mística com Deus, sobretudo pela profunda humildade que experimentava frente às graças do Senhor. Somente a perspectiva de dar-Lhe glória e poder beneficiar o caminho espiritual de outros a levou a narrar aquilo que aconteceu com ela, a partir do momento da sua conversão, que é a sua experiência originária e fundamental. O local da sua ascensão aos vértices místicos foi o hospital de Pammatone, o maior complexo hospitalar genovês, do qual foi diretora e animadora. Ali, Catarina vive uma existência totalmente ativa, apesar dessa profundidade de sua vida interior. Em Pammatone, vai-se formando em torno a ela um grupo de seguidores, discípulos e colaboradores, fascinados por sua vida de fé e por sua caridade. O próprio marido, Giuliano Adorno, ali foi conquistado a deixar a sua vida dissipada, tornando-se terciário franciscano e transferindo-se ao hospital para dar o seu auxílio à mulher. O empenho de Catarina na cura dos doentes segue até o fim de seu caminho terreno, em 15 de setembro de 1510. Da conversão à morte não houve eventos extraordinários, mas dois elementos caracterizaram toda a sua existência: de um lado, a experiência mística, isto é, a profunda união com Deus, sentida como uma união esponsal, e, de outro, a assistência aos doentes, a organização do hospital, o serviço ao próximo, especialmente os mais necessitados e abandonados. Esses dois pólos – Deus e o próximo – preencheram totalmente a sua vida, transcorrida praticamente no interior dos muros do hospital.

Queridos amigos, não devemos nunca esquecer que, quanto mais amamos a Deus e somos constantes na oração, tanto mais conseguiremos amar verdadeiramente quem está ao nosso redor, quem nos é próximo, porque seremos capazes de ver em toda a pessoa o rosto do Senhor, que ama sem limites e distinções. A mística não cria distância com o outro, não cria uma vida abstrata, mas, mais que tudo, aproxima do outro, porque se começa a ver e agir com os olhos, com o coração de Deus.

O pensamento de Catarina sobre o purgatório, pelo qual é particularmente conhecida, é condensado nas últimas duas partes do livro citado no início: o Trattato sobre o purgatório e o Dialogo tra l’anima e il corpo [Diálogo entre a alma e o corpo]. É importante observar que Catarina, na sua experiência mística, nunca teve revelações específicas sobre o purgatório ou sobre almas que ali estão se purificando. Todavia, nos escritos inspirados de nossa Santa, é um elemento central e o modo de descrevê-lo tem características originais com relação à sua época. O primeiro traço original diz respeito ao "lugar" da purificação das almas. Em seu tempo, era representado principalmente com o recurso a imagens ligadas ao espaço: pensava-se em um certo espaço, onde se encontraria o purgatório. Em Catarina, ao contrário, o purgatório não é apresentado como um elemento de paisagem das vísceras da terra: é um fogo não exterior, mas interior. Esse é o purgatório, um fogo interior. A Santa fala do caminho de purificação da alma rumo à comunhão plena com Deus, partindo da própria experiência de profunda dor pelos pecados cometidos, em contraste com o infinito amor de Deus (cf. Vita mirabile, 171v). Sentimos no momento da conversão, onde Catarina sente de repente a bondade de Deus, a distância infinita da sua vida dessa bondade e um fogo queimando dentro de si mesma. E esse é o fogo que purifica, é o fogo interior do purgatório. Também aqui há um traço original com relação ao pensamento daquele tempo. Não se parte, de fato, do além para contar os tormentos do purgatório – como era usual naquele tempo e talvez ainda hoje – e depois indicar a via para a purificação ou a conversão, mas a nossa Santa parte da experiência exatamente interior da sua vida em caminho rumo à eternidade. A alma – diz Catarina – apresenta-se a Deus ainda ligada aos desejos e às penas que derivam do pecado, e isso torna impossível gozar da visão beatífica de Deus. Catarina afirma que Deus é tão puro e santo que a alma com as manchas do pecado não pode encontrar-se na presença da divina majestade (cf. Vita mirabile, 177r). E também nós sentimos o quanto estamos distantes, o quanto estamos cheios de tantas coisas, a ponto de não poder ver a Deus. A alma é consciente do imenso amor e da perfeita justiça de Deus e, por consequência, sofre por não ter respondido de modo correto e perfeito a tal amor, e exatamente o próprio amor a Deus torna-se chama, o amor mesmo a purifica das suas escórias do pecado.

Em Catarina, vemos a presença de fontes teológicas e místicas às quais era normal chegar em sua época. Em particular, encontra-se uma imagem típica de Dionísio, o Areopagita, aquela, qual seja, do fio de ouro que vincula o coração humano com Deus mesmo. Quando Deus purificou o homem, ele o liga com um sutilíssimo fio de ouro, que é o seu amor, e o atrai a si com um afeto tão forte que o homem fica como "superado e vencido e tudo foge de si". Assim, o coração do homem é invadido pelo amor de Deus, que se torna o único guia, o único motor da sua existência (cf. Vita mirabile, 246rv). Essa situação de elevação a Deus e de abandono à sua vontade, expressa na imagem do fio, é utilizada por Catarina para expressar a ação da luz divina sobre as almas do purgatório, luz que as purifica e eleva aos esplendores dos raios fulgurantes de Deus (cf. Vita mirabile, 179r).

Queridos amigos, os Santos, na sua experiência de união com Deus, alcançam um "saber" tão profundo dos mistérios divinos, no qual amor e conhecimento se compenetram, que são auxílio aos próprios teólogos no seu empenho de estudo, de intelligentia fidei, de intelligentia dos mistérios da fé, de aprofundamento real dos mistérios, por exemplo, de o que seja o purgatório.

Com a sua vida, santa Catarina ensina-nos que quanto mais amamos a Deus e entramos em intimidade com Ele na oração, tanto mais Ele se faz conhecer e acende o nosso coração com o seu amor. Escrevendo sobre o purgatório, a Santa recorda-nos uma verdade fundamental da fé que se torna, para nós, convite a rezar pelos defuntos, a fim de que possam chegar à visão beatífica de Deus na comunhão dos santos (cf. Catecismo da Igreja Católica, 1032). O serviço humilde, fiel e generoso que a Santa prestou por toda a sua vida no hospital de Pammatone, pois, é um luminoso exemplo de caridade para todos e um encorajamento especialmente para as mulheres que dão uma contribuição fundamental à sociedade e à Igreja com a sua obra preciosa, enriquecida pela sua sensibilidade e atenção com os mais pobres e mais necessitados. Obrigado.

Dom Murilo Krieger é o novo Arcebispo de São Salvador da Bahia


12 de janeiro de 2011:
Dom Murilo S.R. Krieger
foi nomeado pelo Papa Bento XVI
Arcebispo de São Salvador da Bahia

1. A Nomeação

O Santo Padre Bento XVI, acolhendo o pedido de renúncia apresentado pelo Eminentíssimo Cardeal Geraldo Majella Agnelo, nomeou Arcebispo Metropolitano de São Salvador da Bahia o Excelentíssimo Dom Murilo Sebastião Ramos Krieger, SCJ, transferindo-o da Arquidiocese de Florianópolis – SC.

A notícia foi publicada no jornal “L’Osservatore Romano” deste dia 12 de janeiro de 2011 e pela Rádio Vaticano, às 12h (horário de Roma – Itália).

2. A Arquidiocese de São Salvador da Bahia
http://www.arquidiocesesalvador.org.br/

Dados Históricos

• A Diocese de São Salvador da Bahia foi criada a 25 de fevereiro de 1551, pelo Papa Júlio III. Por ser a primeira Diocese criada no Brasil – mais tarde, elevada à Arquidiocese – tem o título de “Arquidiocese Primaz do Brasil”.
• A 16 de novembro de 1676, o Papa Inocêncio XI a elevou à Arquidiocese.
• Seu primeiro Bispo foi Dom Pedro Fernando Sardinha (1552-1556). Enquanto Diocese, São Salvador da Bahia teve 8 bispos. Desde que é Arquidiocese, já teve 26 Arcebispos. Dom Murilo Sebastião Ramos Krieger, SCJ, 27º Arcebispo, sucederá ao Cardeal Dom Geraldo Majella Agnelo (1999-2011).
• Título da Catedral: Catedral Metropolitana Basílica Primacial de São Salvador – Transfiguração do Senhor (1549)

Dados da Arquidiocese

Superfície: 2.718km2
População: 3.247.278 habitantes
Católicos: 2.208.149
Paróquias: 106
Sacerdotes: 175
Seminaristas: 49
Religiosos: 208
Religiosas: 624

Municípios (15) que pertencem à Arquidiocese de São Salvador da Bahia: Cabaceiras do Paraguaçu, Cachoeira, Cruz das Almas, Governador Mangabeira, Itaparica, Lauro de Freitas, Maragogipe, Muritiba, Salinas da Margarida, Salvador, Santo Amaro, São Félix, Sapeaçu, Saubara e Vera Cruz.

3. Posse de Dom Murilo como Arcebispo de São Salvador da Bahia

A posse de Dom Murilo Sebastião Ramos Krieger, SCJ, como Arcebispo de São Salvador da Bahia, está marcada para o dia 25 de março de 2011.

4. Dados biográficos de Dom Murilo S.R. Krieger, SCJ

Dom Murilo Sebastião Ramos Krieger é catarinense, da cidade de Brusque, onde nasceu a 19 de setembro de 1943.

• É o sexto filho de nove irmãos. Seus pais (Oscar e Olga) e quatro irmãos já faleceram.
• Ainda criança, sentiu o desejo de ser sacerdote.
• Aos catorze anos, entrou no Seminário de Corupá - SC, da Congregação dos Padres do Sagrado Coração de Jesus (Dehonianos).
• Em 1964 ingressou nessa Congregação e iniciou o curso de Filosofia em sua cidade natal. Os estudos de teologia foram na cidade de Taubaté - SP (1966-1969).
• Foi ordenado sacerdote por Dom Afonso Niehues, então Arcebispo de Florianópolis, a 7 de dezembro de 1969, em Brusque - SC.
• O início de seu ministério pastoral foi em Taubaté, onde trabalhou na Paróquia Sagrado Coração de Jesus (1970) e fundou o Movimento Shalom, para jovens. De 1974 a 1979, foi Reitor do Instituto Teológico S.C.J., de Taubaté.
• Em 1980, estudou Espiritualidade, em Roma.
• Nomeado Superior Provincial de sua Congregação, exerceu essa função de 1981 até 1985.
• Em 1985, foi nomeado pelo Papa João Paulo II Bispo Auxiliar de Florianópolis.
• Sua ordenação episcopal aconteceu em Brusque, dia 28 de abril de 1985, presidida por Dom Afonso Niehues, o mesmo que o ordenara sacerdote quinze anos antes.
• Escolheu como lema episcopal: “Deus caritas est” (“Deus é amor”) (1Jo 4,16).
• Em 1991, foi nomeado pelo Papa João Paulo II Bispo de Ponta Grossa – PR, tendo assumido aquela Diocese dia 22 de julho de 1991.
• Seis anos depois, no dia 11 de julho de 1997, assumiu a Arquidiocese de Maringá – PR, onde ficou durante cinco anos.
• Nomeado Arcebispo de Florianópolis pelo Papa João Paulo II, assumiu esta Arquidiocese dia 27 de abril de 2002. Em 2006, organizou o 15º Congresso Eucarístico Nacional.
• Dia 12 de janeiro de 2011, o Papa Bento XVI o nomeou Arcebispo de São Salvador da Bahia.
• Sua posse nesta Arquidiocese está marcada para o dia 25 de março de 2011.

Escreve mensalmente para as revistas “Mensageiro do Coração de Jesus” e “Brasil Cristão”. Tem um programa – “Anunciamos Jesus” - na TV Século XXI. É autor de vários livros, entre eles: O Primeiro, o Último, o Único Natal (Loyola); Com Maria, a Mãe de Jesus (Paulinas); Um mês com Maria (Paulinas); Anunciai a Boa Nova (Canção Nova).

5. Boletim do Vaticano

RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO DI SÃO SALVADOR DA BAHIA (BRASILE) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell`arcidiocesi di São Salvador da Bahia (Brasile), presentata da S. Em.za Rev.ma il Signor Cardinale Geraldo Majella Agnelo, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Arcivescovo Metropolita di São Salvador da Bahia (Brasile) S.E. Mons. Murilo Sebastião Ramos Krieger, S.C.I., finora Arcivescovo di Florianópolis.

S.E. Mons. Murilo Sebastião Ramos Krieger, S.C.I.

S.E. Mons. Krieger è nato il 19 settembre 1943 in Brusque, nell`arcidiocesi di Florianópolis (Brasile). È entrato nel seminario della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù, dove ha frequentato gli studi di primo e secondo grado. Ha completato gli studi di Filosofia nel convento della sua Congregazione a Brusque e quello di Teologia in Taubaté. Ha conseguito anche la licenza in Spiritualità a Roma ed ha frequentato alcuni corsi universitari in Brasile.

Il 2 febbraio 1967 ha emesso la professione perpetua nella Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù e il 7 dicembre 1969 ha ricevuto l`ordinazione sacerdotale. È stato Vice-Parroco in Taubaté, Superiore dello Scolasticato Dehoniano e, successivamente, Rettore dell`Istituto Teologico Dehoniano in quella medesima città, nonché Superiore Provinciale della Provincia brasiliana meridionale della sua Congregazione.

Il 16 febbraio 1985 è stato eletto alla sede titolare di Lisinia, come Vescovo Ausiliare di Florianópolis; il 28 aprile successivo ha ricevuto la consacrazione episcopale.

L`8 maggio 1991 è stato trasferito alla sede residenziale di Ponta Grossa, nello Stato di Paraná.

Il 7 maggio 1997 è stato promosso Arcivescovo di Maringá, sempre nello Stato di Paraná.

Il 20 febbraio 2002 è stato trasferito alla Sede arcivescovile metropolitana di Florianópolis, nello Stato di Santa Catarina.

[00053-01.01]

Retirado de: Site da Arquidiocese de Florianópolis

segunda-feira, 10 de janeiro de 2011

As orações apologéticas na Missa


Um silêncio que contempla e adora


A Sagrada Liturgia, que o Concílio Vaticano II qualifica como a ação sacerdotal de Cristo e, portanto, fonte e cume da vida eclesial, não pode ser reduzida jamais a uma mera realidade estética, nem pode ser considerada como um instrumento com fins meramente pedagógicos ou ecumênicos. A celebração dos santos mistérios é, sobretudo, ação de louvor à soberana majestade de Deus, Uno e Trino, e expressão querida pelo próprio Deus. Com ela, o homem, pessoal e comunitariamente, apresenta-se diante d’Ele para agradecer, consciente de que seu próprio ser não pode alcançar sua plenitude sem louvá-lo e cumprir sua vontade, na constante busca do Reino que já está presente, mas que virá definitivamente no dia da parusia do Senhor Jesus [1].

A partir desta perspectiva, está claro que a direção de toda ação litúrgica – que é a mesma tanto para o sacerdote como para os fiéis – se dirige ao Senhor: ao Pai, através de Cristo, no Espírito Santo. Por isso, “sacerdote e povo certamente não rezam um ao outro, mas ao único Senhor” [2]. Trata-se de viver constantemente conversi ad Dominum, orientados ao Senhor, que implica na conversio, isto é, dirigir nossa alma a Jesus Cristo e, dessa forma, ao Deus vivente, à luz verdadeira [3].

Desse modo, a celebração litúrgica é um ato da virtude da religião que, coerentemente com sua natureza, deve se caracterizar por um profundo senso do sagrado. Nela, o homem e a comunidade devem ser conscientes de que vivem um encontro, em particular, diante d’Aquele que é três vezes Santo e Transcendente. Daí que “um sinal convincente da eficácia que a catequese eucarística tem nos fiéis seja sem dúvida o crescimento neles do senso do mistério de Deus presente entre nós” [4].

A atitude apropriada na celebração litúrgica não pode ser outra a não ser uma atitude impregnada de reverência e senso de estupor, que brota do saber-se na presença da majestade de Deus. Não era isso, por acaso, o que Deus queria expressar quando ordenou a Moisés que tirasse as sandálias diante da sarça ardente? Não nascia desta consciência, por acaso, a atitude de Moisés e de Elias, que não ousaram olhar para Deus face a face? [5]

Neste contexto, entendem-se melhor as palavras do Cânon II da Santa Missa, que definem perfeitamente a essência do ministério sacerdotal: astare coram te et tibi ministrare. Assim, pois, são duas as tarefas que definem a essência do ministério sacerdotal: “estar na presença do Senhor” e “servir em tua presença”. O Santo Padre Bento XVI, comentando esta segunda tarefa, apontava que o termo “serviço” é adotado fundamentalmente para referir-se ao serviço litúrgico. Este implica em muitas dimensões e, entre outras, indicava a proximidade, a familiaridade. Concretamente, comentava: “Ninguém está tão perto do seu senhor como o servidor que tem acesso à dimensão mais privada da sua vida. Neste sentido, ‘servir’ significa proximidade, requer familiaridade. Esta familiaridade compreende também um perigo: o de que o sagrado com que temos contato contínuo se converta para nós em costume. Assim se apaga o temor reverencial. Condicionados por todos os costumes, já não percebemos a grande, nova e surpreendente realidade: Ele mesmo está presente, fala-nos e se entrega a nós. Contra esse acostumar-se à realidade extraordinária, contra a indiferença do coração devemos lutar sem tréguas, reconhecendo sempre nossa insuficiência e a graça que envolve o fato de que Ele se entrega assim em nossas mãos” [6].

Frente a toda celebração litúrgica, mas de forma especial na Eucaristia – memorial da morte e ressurreição do seu Senhor, pelo qual se faz realmente presente este acontecimento central de salvação e se realiza a obra da nossa redenção – temos de colocar-nos em adoração diante deste mistério: mistério grande, mistério de misericórdia. O que mais Jesus poderia fazer por nós? Verdadeiramente, na Eucaristia Ele nos mostra um amor que chega “até o extremo” (Jo 13, 1), um amor que não conhece medida [7]. Diante desta realidade extraordinária, permanecemos atônitos e aturdidos: com quanta condescendência humilde Deus quis se unir ao homem! Se dentro de poucas semanas nos comoveremos diante do presépio, contemplando a encarnação do Verbo, o que podemos sentir diante do altar, onde Cristo faz presente no tempo seu sacrifício mediante as pobres mãos do sacerdote? Cabe somente ajoelhar-se e adorar em silêncio este grande mistério de fé [8].

Consequência lógica do que foi dito é que o Povo de Deus precisa ver, nos sacerdotes e nos diáconos, um comportamento repleto de reverência e de dignidade, que seja capaz de ajudá-lo a aprofundar nas coisas invisíveis, inclusive sem muitas palavras e explicações. No Missal Romano, denominado de São Pio V, assim como em diversas liturgias orientais, encontram-se orações belíssimas, com as quais o sacerdote expressa o mais profundo sentimento de humildade e de reverência diante dos santos mistérios: revelam a própria substância de qualquer liturgia [9]. Estas orações presentes no Missal Romano, que em sua edição de 1962 é o missal próprio da forma extraordinária, foram recolhidas em parte no Missal Romano promulgado depois do Concílio Vaticano II e se denominam tradicionalmente “apologias”.

A estas orações se refere a Institutio Generalis Missalis Romani (Instituição Geral do Missal Romano) em seu número 33. Depois de referir-se às orações que o sacerdote, como celebrante, pronuncia em nome da Igreja, afirma que outras vezes, quando reza, “o faz somente em seu nome,para poder cumprir seu ministério com maior atenção e piedade. Assim, as orações propostas antes da leitura do Evangelho, na preparação dos dons, assim como antes e depois da Comunhão, são ditas em segredo”.

Dessa maneira, estas breves fórmulas rezadas em silêncio convidam o sacerdote a personalizarinterioriza e se compreende a estrutura litúrgica e as palavras da liturgia, é possível entrar em consonância interior com ela. Quando isso acontece, o sacerdote celebrante já não somente fala com Deus como uma pessoa individual, mas entra no “nós” da Igreja que ora.

Se a celebração é oração e colóquio com Deus, de Deus conosco e nosso com Deus, transforma-se o próprio “eu” do celebrante, que entra no “nós” da Igreja. Enriquece-se e se amplia o “eu”, orando com a Igreja, com suas palavras, e se estabelece realmente um colóquio com Deus. Assim, celebrar é realmente celebrar “com” a Igreja: o coração se engrandece e está “com” a Igreja em colóquio com Deus. Neste processo, as orações apologéticas e o silêncio contemplativo e adorante que produzem são um elemento essencial; por isso, fazem parte da estrutura da Celebração Eucarística há mais de mil anos.

Em segundo lugar, no caminho rumo ao Senhor, percebemos a nossa própria indignidade. Torna-se necessário pedir ao longo da celebração que o próprio Deus nos transforme e aceite que participemos desta ação de Deus que configura a liturgia. De fato, o espírito de conversão contínua é uma das condições pessoais que torna possível a actuosa participatio dos fiéis e do próprio sacerdote celebrante. “Não se pode esperar uma participação ativa na liturgia eucarística quando se assiste a ela superficialmente, sem antes examinar a própria vida” [10].

O recolhimento e o silêncio antes e durante a celebração se situam neste contexto e facilitam que seja realidade a premissa “um coração reconciliado com Deus permite a verdadeira participação” [11]. Daí que seja claro que as orações apologéticas desempenham um papel importante na celebração.

Por exemplo, as orações apologéticas Munda cor meum, recitada antes da proclamação do Evangelho, ou In spiritu humilitatis, prévia ao lavabo depois da apresentação das oferendas, permitem ao sacerdote que as reza tomar consciência da realidade da sua indignidade e, ao mesmo tempo, da grandeza da sua missão. “O sacerdote é servidor e tem de esforçar-se continuamente por se sinal que, como dócil instrumento em suas mãos, refere-se a Cristo” [12]. O silêncio e os gestos de piedade e recolhimento do celebrante também movem os fiéis que participam da celebração a perceberem a necessidade de preparar-se, de converter-se, dada a importância do momento em que se encontram na celebração: antes da leitura do Evangelho, no início iminente da oração Eucarística.

Por outro lado, as apologias Per huius aquae et vini durante o Ofertório ou Quod ore sumpsimus Domine durante a purificação dos vasos sagrados, enquadram-se perfeitamente neste desejo de ser introduzidos e transformados em e pela ação divina. Uma e outra vez, temos de trazer à nossa mente e coração que a liturgia eucarística é ação de Deus que nos une a Jesus através do seu Espírito [13]. Estas duas apologias, às quais nos referimos, encaminham nossa existência rumo à Encarnação e à Ressurreição. E, na verdade, constituem um elemento que favorece a realização desse desejo da Igreja: que os fiéis não fiquem assistindo ao mistério de fé como estranhos e mudos expectadores, mas que agradeçam a Deus e aprendam a oferecer-se a Cristo [14].

Não nos parece atrevido afirmar que as apologias também desempenham um papel de primeira linha na hora de “recordar” o ministro ordenado que ele “desempenha o papel do próprio Sacerdote, Cristo Jesus. Se é assimilado ao Sumo Sacerdote, pela consagração sacerdotal recebida, então goza da faculdade de agir pelo poder do próprio Cristo, a quem representa (virtute ac persona ipsius Christi)” [15].

Ao mesmo tempo, estas orações recordam ao sacerdote que, por ser ministro ordenado, é “o vínculo sacramental que une a ação litúrgica ao que disseram e realizaram os apóstolos e, por eles, o que disse e realizou Cristo, fonte e fundamento dos sacramentos” [16]. As orações ditas pelo celebrante em segredo constituem, por isso, um meio extraordinário para unir uns aos outros, formar uma comunidade que é “liturga” e que participa inteira orientada a Deus por Jesus Cristo.

Uma das apologias, conservada no atual Ordo Missae, plasma perfeitamente o que estamos dizendo: Domine Iesu Christe Fili Dei vivi qui ex voluntate Patris cooperante Spiritu Sancto per mortem tuam mundum vivificasti (“Senhor Jesus Cristo, Filho de Deus vivo, que, por vontade do Pai, cooperando com o Espírito Santo, com a vossa morte destes a vida ao mundo”). De fato, as orações que o sacerdote reza em segredo – e esta concretamente – podem ajudar de modo eficaz – a sacerdotes e fiéis – a alcançar a clara consciência de que a liturgia é obra da Santíssima Trindade. “A oração e a oferenda da Igreja são inseparáveis da oração e da oferenda de Cristo, sua Cabeça. Trata-se sempre do culto de Cristo em e pela sua Igreja” [17].

Assim, pois, as apologias, há mais de mil anos, configuram-se como simples fórmulas acrisoladas pela história, repletas de conteúdo teológico, que permitem ao sacerdote quando as reza, e ao povo fiel que participa vivendo o silêncio, perceber o mistério de fé do qual participam e assim unir-se a Cristo e reconhecê-lo como Deus, irmão e amigo.

Por estes motivos, temos de alegrar-nos pelo fato de que, apesar da reforma litúrgica pós-conciliar ter reduzido drasticamente seu número e retocado notavelmente o texto destas orações, elas continuam estando presentes também no Ordinário da Missa mais recente. É um convite aos sacerdotes a não descuidarem destas orações durante a celebração, assim como a não transformá-las de orações do sacerdote a orações de toda a assembleia, lendo-as em voz alta como as demais orações. As orações apologéticas se baseiam e expressam uma teologia diferente e complementar à que constitui o pano de fundo das demais orações. Esta teologia se manifesta na maneira silenciosa e reverente com que são rezadas pelo sacerdote e acompanhadas pelos demais fiéis.
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Notas

[1] João Paulo II, Mensagem à Assembleia Plenária da Congregação para o Culto Divino e a Disciplina dos Sacramentos (21.IX.2001)

[2] J. Ratzinger, Prefácio ao primeiro volume dos meus escritos.

[3] Cf. Bento XVI, Homilia na Vigília Pascal, 22.III.2008.

[4] Bento XVI, Ex. apost. post.Sacramentum caritatis, n. 65.

[5] Cf. João Paulo II, Mensagem à Assembleia Plenária da Congregação para o Culto Divino e a Disciplina dos Sacramentos (21.IX.2001)

[6] Bento XVI, Homilia Missa Crismal, 20.III.2008.

[7] João Paulo II, .Carta enc.Ecclesia de Eucharistia, 11.

[8] João Paulo II,Carta aos sacerdotes na Quinta-Feira Santa 2004.

[9] Cf. João Paulo II, Mensagem à Assembleia Plenária da Congregação para o Culto Divino e a Disciplina dos Sacramentos (21.IX.2001)

[10] Bento XVI, Ex. apost. post.Sacramentum caritatis, n. 55.

[11] Idem.

[12] Bento XVI, Ex. apost. post.Sacramentum caritatis, n 23.

[13] Cf. Bento XVI, Ex. apost. post.Sacramentum caritatis, n. 37.

[14] Cf. Const.Sacrosanctum Concilium, 48.

[15] Pio XII, Carta encíclica Mediator Dei cit. no Catecismo da Igreja Católica, 1548.

[16] Catecismo da Igreja Católica, 1120.

[17] Catecismo da Igreja Católica, 1553.

Retirado de: Sancta Missa Portugal

Papa batiza crianças na Festa do Batismo de Jesus


No atual contexto social de rápidas transformações culturais, é necessário, mais do que nunca, que as paróquias apoiem as famílias, pequenas igrejas domésticas, na missão de educar para a fé”: advertiu o Papa Bento XVI, na homilia da Missa celebrada na Capela Sistina, neste domingo, 9, Festa do Batismo do Senhor, durante a qual batizou 21 crianças, filhas de funcionários do Estado do Vaticano.


Ao observar que para as crianças agora batizadas tem início “um caminho de santidade e de intimidade com Jesus, uma realidade em que nelas é depositada como a semente de uma árvore esplêndida”, o Papa reconheceu que será, sem dúvida, necessária uma adesão livre e consciente a esta vida de fé e de amor.


“Para tal, é necessário que, depois do batismo, [as crianças] sejam educadas na fé, instruídas segundo a sabedoria da Sagrada Escritura e os ensinamentos, para que nelas cresça o gérmen da fé que hoje recebem e possam alcançar a plena maturidade em Cristo”, complementou.

Ainda na primeira parte da homilia, Bento XVI comentou o Evangelho do batismo de Jesus no Rio Jordão, fazendo notar que se tratava de um sinal de penitência e chamado à conversão. "Embora designado como 'batismo', não tinha o valor sacramental do nosso rito batismal, pois, só com a sua morte e ressurreição, Jesus instituiu os Sacramentos, fazendo nascer a Igreja", esclarece.

"Ao se deixar ser batizado por João Batista, Jesus se inlcina, fazendo-se um de nós", elucida o Santo Padre, ao ressaltar que o batismo de Jesus entra na "lógica da humildade": "Ele, sem pecado, deixa-se tratar como pecador, para carregar nos seus ombros o peso do pecado de toda a humanidade, isto para estabelecer plena comunhão com a humanidade, no desejo de realizar uma verdadeira solidariedade com o homem e com a sua condição”.

Papa faz doação para auxiliar na reconstrução do Haiti


O Papa Bento XVI enviará uma mensagem e auxílio econômico de US$ 1.200.000 ao Haiti. O presidente do Pontifício Conselho Cor Unum, Cardeal Robert Sarah, é o emissário do Pontífice.


A visita do Cardeal vai desta segunda-feira, 10, até quinta-feira, 13, segundo informou hoje o Boletim da Sala de Imprensa da Santa Sé.

A população daquele país da América Central foi gravemente atingida por um forte terremoto há um ano, em 12 de janeiro de 2010, que resultou em cerca de 250 mil mortos e deixou um milhão de desabrigados.

A visita terá também o objetivo de agradecer a todos aqueles que trabalharam no imenso trabalho da fase de emergência e renovar o compromisso da Igreja na reconstrução, pedindo uma nova fase de empenho caritativo.

Em julho do ano passado, o Pontífice já havia doado US$ 250.000,00 para o início do projeto de reconstrução da escola São Francisco de Sales, que fica na cidade de Porto Príncipe, capital do país. Na ocasião, o valor foi doado pelo então presidente do Cor Unum, Cardeal Paul Josef Cordes, 76, que apresentou renúncia e foi substituído por Sarah, 65, em 7 de outubro de 2010.

Retirado: Canção Nova

sábado, 8 de janeiro de 2011

Falece Bispo emérito de Anápolis, Dom Manoel Pestana

O Bispo emérito de Anápolis (GO), Dom Manoel Pestana Filho, faleceu neste sábado, 8, em Santos.

O seu corpo será transladado para Anápolis no domingo, 9, e será velado na Catedral do Bom Jesus.

Saiba mais sobre Dom Manoel

Nascimento: 27 de abril de 1928, em Santos (SP).
Ordenação Sacerdotal: 05 de outubro de 1952, em Roma (Itália).
Nomeação Episcopal: 30 de novembro de 1978.
Sagração: 18 de fevereiro de 1979, em Santos - SP.
Tomada de Posse: 11 de março de 1979.
Bispo Emérito: 09 de junho de 2004.
Lema: "In Te Projectus"

Ex-bispo anglicano espera emocionado sua ordenação como sacerdote católico

Por: ACI Digital

O ex-bispo anglicano, John Broadhurst, assinalou que espera o dia de sua ordenação como sacerdote católico no próximo 15 de janeiro com "emoção e trepidação" dedicando-se ao estudo do direito canônico da Igreja em que foi recebido no primeiro dia de 2011.


Em entrevista telefônica concedida ao grupo ACI este 5 de janeiro, Broadhurst comentou que esta quarta-feira "virtualmente revisamos todo o código". Suas aulas começaram no ano passado e seguirão inclusive depois de sua ordenação como presbítero católico.

Junto com este novo membro da Igreja Católica, outros dois ex-bispos anglicanos, Andrew Burnham e Keith Newton, renunciaram a essa denominação em 31 de dezembro para ingressar na Igreja Católica no dia 1 de janeiro deste ano em uma Missa na Catedral de Westminster.

Em sua opinião, o gesto do Papa Bento XVI através da constituição apostólica Anglicanorum coetibus -que estabelece o processo para que os anglicanos possam voltar para a comunhão com a Igreja Católica- é algo "que não tem precedentes".

"É uma forma completamente nova de lutar com os problemas das pessoas que estão fora da Igreja Católica e que desejam a reconciliação".

Em referência ao ordinariato –estrutura católica para os anglicanos conversos estabelecida pelo Papa– na Inglaterra e Gales, Broadhurst assinalou que "temos que pô-lo em marcha porque é uma tarefa transcendental". Também estimou que esta instituição permitirá que haja muitos mais conversos já que "há muitos interessados".

Broadhurst disse além disso que os anglicanos que estão ingressando na Igreja conhecem bem a doutrina católica e acha muito pouco provável que algo possa fazer que eles "decidam voltar".

"Acredito que não se pode assumir que os anglicanos da maioria de tradições não estejam familiarizados com o ensino da Igreja Católica quanto aos temas fundamentais. Quer dizer, não acredito que haja problemas com a fé. Não vejo que isso ocorra".

Ele e seus companheiros agora ex-anglicanos se aproximam de suas novas vidas como católicos "com emoção e trepidação".

Os três ex-bispos anglicanos serão ordenados diáconos no próximo 13 de janeiro e sacerdotes nos dia 15, conforme assinala um comunicado da Conferência Episcopal da Inglaterra e Gales. Adicionalmente, outros dois ex-bispos anglicanos retirados, Edwin Barnes e David Silk, serão ordenados "em seu devido momento".

quinta-feira, 6 de janeiro de 2011

A Epifania de Nosso Senhor Jesus Cristo

 
“Quando entraram na casa, viram o menino com Maria, sua mãe. Ajoelharam-se diante dele, e o adoraram. Depois abriram seus cofres e lhe ofereceram presentes: ouro, incenso e mirra”. (Cf. Mateus 2, 1-12)        
 
A festa da Epifania que, antes de entrar em Roma, já existia no Oriente e em algumas Igrejas do Ocidente, parece ter tido  por origem uma festa do Natal; o dia 6 de janeiro era para essas Igrejas, pouco mais ou menos o que o Natal, 25 de dezembro, era para a Igreja Romana.
 
Introduzida em Roma na segunda metade do século IV, a festa da Epifania tornou-se como que o complemento da festa do Natal. A Igreja celebra hoje a manifestação de Nosso Senhor Jesus Cristo ao mundo inteiro e o grau de esplendor do mistério da Encarnação. S.Leão Magno e com ele toda a Santa Tradição viu nos Reis Magos, que pressurosos correm aos pés de Cristo, as primícias da gentilidade: eles trazem atrás de si todos os povos do universo e, por isso, a história do mundo; é um mistério de que os Magos indicaram o começo, mas que continua a sesnrolar-se à medida que a Igreja se expande.
 
Os presentes revelam a personalidade e a missão de Jesus, quem Ele é e o que veio fazer. O ouro aponta Jesus como Rei universal; o incenso, como Deus, “suba até vós Senhor, minha oração como incenso”. A mirra, planta que servia para fazer bálsamos para o corpo sofrido, pois ele é Rei e Deus pelo amor e pelo serviço sem reservas até a morte. A estrela é o sinal de que toda a criação o reconhecia como Deus e o aponta como o único caminho  para a salvação.

Homilia de Bento XVI na Solenidade da Epifania do Senhor


Queridos irmãos e irmãs,


na Solenidade da Epifania, a Igreja continua a contemplar e a celebrar o mistério do nascimento de Jesus Salvador. Em particular, a recorrência de hoje sublinha a destinação e o significado universais desse nascimento. Fazendo-se homem no ventre de Maria, o Filho de Deus veio não somente para o povo de Israel, representado pelos pastores de Belém, mas também para a humanidade inteira, representada pelos Magos. E é exatamente sobre os Magos e sobre seu caminho na busca do Messias (cf. Mt 2,1-12) que a Igreja nos convida hoje a meditar e rezar. No Evangelho, escutamos que esses, chegando a Jerusalém do Oriente, perguntaram: "Onde está aquele que nasceu, o rei dos Judeus? Vimos despontar a sua estrela e viemos para adorá-lo" (v. 2). Que tipo de pessoas eram, e que espécie de estrela era aquela? Eram, provavelmente, sábios que escrutavam o céu, mas não para buscar "ler" nos astros o futuro, eventualmente para ganhar algum dinheiro; eram, mais que tudo, homens "em busca" de algo mais, em busca da verdadeira luz, que seja capaz de indicar a estrada a percorrer na vida. Eram pessoas convictas de que, na criação, existe aquilo que poderíamos definir como a "marca" de Deus, uma marca que o homem pode e deve tentar descobrir e decifrar. Talvez o melhor modo para conhecer esses Magos e entender o seu desejo de deixar-se guiar pelos sinais de Deus seja determo-nos em considerar aquilo que encontraram, em seu caminho, na grande cidade de Jerusalém.

Antes de tudo, encontraram o rei Herodes. Certamente, ele era interessado no menino de que falavam os Magos; não, no entanto, com o objetivo de adorá-Lo, como desejou dar a entender, mentindo, mas para suprimi-Lo. Herodes é um homem de poder, que no outro consegue ver somente um rival a combater. No fundo, se refletirmos bem, também Deus parece-lhe um rival, antes, um rival particularmente perigoso, que desejaria privar os homens do seu espaço vital, da sua autonomia, do seu poder; um rival que indica a estrada a percorrer na vida e impede, assim, de fazer tudo aquilo que se quer. Herodes escuta de seus especialistas nas Sagradas Escrituras as palavras do profeta Miqueias (5,1), mas o seu único pensamento é o trono. Portanto, Deus mesmo deve ser ofuscado e as pessoas devem ser reduzidas a meras peças a serem movidas no grande tabuleiro do poder. Herodes é um personagem que não nos é simpático e que, instintivamente, julgamos de modo negativo pela sua brutalidade. Mas deveríamos perguntar-nos: talvez haja algo de Herodes também em nós? Talvez também nós, às vezes, vemos Deus como uma espécie de rival? Talvez também nós estejamos cegos diante de seus sinais, surdos às suas palavras, porque pensamos que Ele põe limites na nossa vida e não nos permite dispor da existência a nosso bel-prazer? Queridos irmãos e irmãs, quando vemos Deus desse modo, acabamos sentindo-nos insatisfeitos e descontentes, porque não nos deixamos guiar por Aquele que está no fundamento de todas as coisas. Devemos tolher da nossa mente e do nosso coração a ideia da rivalidade, a ideia de que dar espaço para Deus seja um limite para nós mesmos; devemos abrir-nos à certeza de que Deus é o amor onipotente que não tolhe nada, não ameaça, antes, é o Único capaz de oferecer-nos a possibilidade de viver em plenitude, de provar a verdadeira alegria.

Os Magos, depois, encontram os estudiosos, os teólogos, os especialistas que sabem tudo sobre as Sagradas Escrituras, que conhecem as possíveis interpretações, que são capazes de citar de memória cada trecho e que, portanto, são um precioso auxílio para quem deseja percorrer o caminho de Deus. No entanto, afirma Santo Agostinho, esses amam ser guias para os outros, indicam a estrada, mas não caminham , permanecem imóveis. Para eles, as Escrituras tornam-se uma espécie de atlas para ler com curiosidade, um conjunto de palavras e de conceitos a examinar e sobre o qual discutir doutamente. Mas, novamente, podemos perguntar-nos: não há também em nós a tentação de considerar as Sagradas Escrituras, este tesouro riquíssimo e vital para a fé da Igreja, mais como um objeto para o estudo e discussão dos especialistas que como o Livro que nos indica o caminho para chegar à vida? Penso que, como indiquei na Exortação apostólica Verbum Domini, deveria nascer sempre de novo em nós a disposição profunda de ver a palavra da Bíblia, lida na Tradição viva da Igreja (n. 18), como a verdade que nos diz o que é o homem e como ele pode realizar-se plenamente, a verdade que é a via a se percorrer cotidianamente, juntamente com os outros, se desejamos construir a nossa existência sobre a rocha e não sobre a areia.

E vemos, assim, a estrela. Que tipo de estrela era aquela que os Magos viram e seguiram? Ao longo dos séculos, essa pergunta foi objeto de discussão entre os astrônomos. Keplero, por exemplo, acreditava que se tratasse de uma "nova" ou uma "supernova", isto é, de uma daquelas estrelas que normalmente emanam uma luz fraca, mas que podem ter improvisadamente uma violenta explosão interna que produz uma luz excepcional. Sim, coisas interessantes, mas que não nos levam ao que é essencial para compreender aquela estrela. Devemos voltar-nos para o fato de que aqueles homens buscavam os traços de Deus; buscavam ler a sua "marca" na criação; sabiam que "os céus narram a glória de Deus" (Sal 19,2); eram convictos, isto é, de que Deus pode ser entrevisto na criação. Mas, por serem sábios, sabiam também que não é com um telescópio qualquer, mas com os olhos profundos da razão em busca do sentido último da realidade e com o desejo motivado pela fé que é possível encontrá-Lo, que se torna possível que Deus se aproxime de nós. O universo não é resultado do acaso, como alguns desejam fazer-nos crer. Contemplando-o, somos convidados a ler algo de profundo: a sabedoria do Criador, a inexaurível criatividade de Deus, o seu infinito amor por nós. Não devemos deixar-nos limitar a mente por teorias que chegam sempre somente até certo ponto e que – se olharmos bem – não estão em concorrência com a fé, mas não chegam a explicar o sentido último da realidade. Na beleza do mundo, no seu mistério, na sua grandeza e na sua racionalidade não podemos deixar de ler a racionalidade eterna, e não podem deixar de guiar-nos ao único Deus, criador do céu e da terra. Se tivermos esse olhar, veremos que Aquele que criou o mundo e Aquele que nasceu em uma gruta em Belém e continua a habitar em meio a nós na Eucaristia é o próprio Deus vivo, que nos interpela, ama-nos, deseja conduzir-nos à vida eterna.

Herodes, os especialistas nas Escrituras, a estrela. No entanto, sigamos o caminho dos magos que chegam a Jerusalém. Sobre a grande cidade, a estrela desaparece, não se vê mais. O que isso significa? Também nesse caso devemos ler o sinal em profundidade. Para aqueles homens, era lógico buscar o novo rei no palácio real, onde encontram-se os sábios conselheiros de corte. Mas, provavelmente com espanto, tiveram que constatar que aquele recém-nascido não se encontrava nos lugares do poder e da cultura, mesmo que lá tenham sido oferecidas preciosas informações sobre Ele. Se deram conta, pelo contrário, que, muitas vezes, o poder, também aquele da consciência, fica no caminho de encontro com aquele Menino. A estrela guiou-lhes então a Belém, uma pequena cidade; guiou-lhes entre os pobres, entre os humildes, para encontrar o Rei do mundo. Os critérios de Deus são diferentes daqueles dos homens; Deus não se manifesta no poder deste mundo, mas na humildade do seu amor, aquele amor que requer a nossa liberdade de ser acolhido para transformar-nos e tornar-nos capazes de chegar Àquele que é o Amor. Mas também para nós as coisas não são assim tão diferentes de como eram para os Magos. Se fosse pedido o nosso parecer sobre como Deus deveria salvar o mundo, talvez responderíamos que devesse manifestar todo o seu poder para dar ao mundo um sistema econômico mais justo, em que todos pudessem ter tudo aquilo que desejassem. Na realidade, isso seria uma espécie de violência contra o homem, porque o privaria de elementos fundamentais que o caracterizam. Com efeito, não seriam chamados em causa a nossa liberdade, nem o nosso amor. O poder de Deus manifesta-se de modo completamente diferente: em Belém, onde encontramos a aparente impotência do seu amor. E é para lá que nós devemos andar, e é lá que re-encontraremos a estrela de Deus.

Assim aparece-nos bem claro um último elemento importante do acontecimento dos Magos: a linguagem do criado permite-nos percorrer um bom trecho da estrada rumo a Deus, mas não nos dá a luz definitiva. No final, para os Magos, foi indispensável escutar a voz das Sagradas Escrituras: somente essas podiam indicar o seu caminho. É a Palavra de Deus a verdadeira estrela que, na incerteza dos discursos humanos, oferece-nos o imenso esplendor da verdade divina. Queridos irmãos e irmãs, deixemo-nos guiar pela estrela, que é a Palavra de Deus, sigamo-la na nossa vida, caminhando com a Igreja, onde a palavra montou sua tenda. A nossa estrada será sempre iluminada por uma luz que nenhum outro sinal pode nos dar. E poderemos, também nós, tornar-nos estrelas para os outros, reflexo daquela luz que Cristo fez resplandecer sobre nós. Amém!

Fotos da Missa Papal da Epifania do Senhor





terça-feira, 4 de janeiro de 2011

"Santo Subito". João Paulo II será beatificado.


Por: Andrea Tornieli, em Il Giornale


 João Paulo II será beatificado em 2011, talvez antes mesmo do verão. Nas últimas semanas, a consulta médica da Congregação para as Causas dos Santos se diz favorável sobre o milagre atribuído à intercessão do Papa Wojtyla - a cura de uma freira francesa do mal de Parkinson - e da documentação nos últimos dias, passou também a discussão dos teólogos. Antes de chegar à mesa de Bento XVI, agora só precisava de uma mão livre no Cardeais e Bispos membros da Congregação, que recebeu o dossiê sobre o milagre. Colegiadamente os mesmos se reunirão para analisar e expressar o seu voto, em meados de janeiro.

Como você pode recordar, o decreto sobre as virtudes heróicas de Karol Wojtyla, que marca o fim do processo, foi promulgado pelo Papa Ratzinger, em 19 de dezembro de 2009, depois de votar por unanimidade a favor dos cardeais e bispos. O defensor da causa de beatificação, monsenhor Slawomir Oder, tinha apresentado um suposto milagre à congregação, um dos muitos relatórios recebidos através da intercessão de João Paulo II, compilado após a sua morte.

É, como todos sabem, a cura da irmã Marie Simon-Pierre, freira francesa de 44 anos, afetada por uma forma agressiva da doença de Parkinson. A doença que a obrigou a deixar o seu serviço na maternidade de um hospital em Arles, desapareceu instantaneamente e inexplicável após as outras freiras, em junho de 2005 com a morte Wojtyla recentemente, pedindo um milagre de cura. Durante meses, no entanto, a consulta médica, presidida pelo Professor Patrizio Poliscar, médico pessoal do Papa Bento XVI - chamada para discutir o caso e se pronunciar sobre a cura eficaz é impossível explicar a partir do ponto de vista científico. Um dos especialistas envolvidos manifestou perplexidade com o diagnóstico inicial dos colegas franceses e quis verificar se a religiosa realmente havia se curado, tiendo sido afetada pela doença. Caso contrário, ele teria tido em consideração outros alegados milagres. Agora, após as investigações tomaram todo o tempo, o parecer da consulta médica tenha sido favorável.

Alguns tinham lido o atraso dos últimos meses como um "político" para retardar o processo de beatificação, obviamente, isso não era verdade. Em qualquer caso, nem nunca disse que, nas discussões e votações que acompanharam o processo, perguntas sobre a santidade pessoal de João Paulo II.

A reunião de médicos e de teólogos que deu rédea solta ocorreu antes do final de 2010, com a maior confidencialidade. Após a votação sobre as virtudes heróicas de Wojtyla foi-lhe atribuído o título de "venerável", e agora a consulta médica sobre o milagre (Positio super olhar), prevê-se que também à última reunião de cardeais e bispos aprovará a decisão nos próximos dias. Se isso acontecer, significa que o Prefeito da Congregação para as Causas dos Santos, Cardeal Angelo Amato, dirija-se ao Papa, para aprovação, e apresentar-lhe-á o milagre.

Desde então, a beatificação de João Paulo II será apenas uma questão de tempo. Teoricamente, ainda é possível o sexto aniversário da morte de 02 de abril de 2011, ou uma data em maio. Ou, em outubro, o aniversário da eleição para o papado. A cerimônia de beatificação de Wojtyla será um problema significativo organizacional, dado o número de pessoas que poderiam ir naquele dia a Roma. E, portanto, também isso será tido em conta quando se escolhe-lo.

Durante o funeral do papa polonês, realizado pelo então cardeal Joseph Ratzinger, tinha sido implantado em bandeiras Praça São Pedro com as palavras "Santo Subito". Um pedido de abertura do processo foi assinado pelos cardeais no conclave do período, e que era também a hipótese de se proceder imediatamente com a canonização, proclamando realmente Wojtyla "Santo Subito "em vez de abençoado. Bento XVI, após avaliação de cada proposta, decidiu em junho de 2005 iniciar o processo de imediato - sem esperar os cinco anos, desde que deve transcorrer desde a morte do candidato para o altar - mas sem atalhos.

Fonte: La Buhardilla de Jerónimo

Mons.Negri: "Ecco gli obiettivi del terrorismo islamico"

 
Tratto da La Bussola, di Franca Giansoldati

03-01-2011

«In barba a tutti gli irenismi e a tutte le ricerche delle moderazioni, il terrorismo islamico ha un obiettivo esplicito: la conquista islamica del mondo e, all’interno di questo obiettivo (che certamente sarà a più lunga scadenza), un altro obiettivo più immediato e cioè la distruzione del cristianesimo in Terra Santa, nel Medio Oriente e poi, più o meno, in tutti i Paesi anche di antica tradizione cristiana». Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino, davanti ai fatti di sangue che in questi giorni di festa si sono accavallati accomunando la Nigeria all’Egitto, le Filippine al Pakistan, preferisce avere un approccio diretto e senza fronzoli.


I cristiani sono divenuti facile bersaglio...

«Altroché. L’Islam si è fatto carico di condurre sino in fondo la lotta contro il cristianesimo. E’ un fatto indiscutibile e mi auguro che anche i più aperturisti e irenici tra i cattolici se ne siano accorti. Chi non vede questo pericolo non fa buon uso della ragione. Vi è il tentativo violento, in molte nazioni africane e asiatiche, di imporre l’egemonia islamica».

Perché?

«Una volta eliminata la minoranza cristiana, che è decisamente portatrice di una cultura di pace, hanno davanti una autostrada. Spero che gli esperti in islamologia non vogliano negare questa evidenza. L’Islam è all’assalto per diventare egemone e l’eliminazione delle minoranze cristiane è un tassello fondamentale». Arriviamo all’antidoto: servono le crociate? «Ma smettiamola con queste baggianate. Il dialogo con l’Islam è possibile solo se c’è una identità cattolica positiva e forte. Bisogna che i cristiani recuperino la fede, perché da questo dipende la capacità di farne la matrice della nostra cultura e, dunque, il nostro dialogo col mondo».

Colpisce il numero dei cristiani ammazzati a motivo della fede...

«Io prego perché questi martiri sostengano la Chiesa diventando semi di nuovi cristiani. Purtroppo quello che abbiamo davanti è un olocausto che nessuno vuol guardare perchè scompiglia, mette in discussione gli schemi».

Lei sostiene un movimento per il sostegno dei cristiani in Paesi difficili.

«Invito tutti ad una maggiore solidarietà, maggiore attenzione, garantendo loro appoggi concreti non solo parole».

(Tratto da Il Messaggero del 2 gennaio 2011)

Dal: Messa in Latino

Bento XVI - parte 2










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