quinta-feira, 14 de abril de 2011

Card.Piacenza:" l’Architettura e le Arti sacre siano chiamate a servire la Bellezza"


Università Europea di Roma – Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”
Master in Architettura, Arti sacre e Liturgia, Venerdì, 25 marzo 2011

Lectio Magistralis

di S. Em. R. il Cardinale Mauro Piacenza

Prefetto della Congregazione per il Clero

Ministri della Bellezza:
Architettura, Arti sacre e Liturgia al servizio della missione dei sacerdoti

Chiarissimi Rettori, Rev.mo Padre Abate, Carissimi confratelli nel Sacerdozio, Cari e “preziosi” Architetti ed Artisti, Gentili convenuti tutti,

Sono lieto di essere qui tra voi, oggi, nella solare Solennità dell’Annunciazione del Signore, collocata all’esordio di primavera ed autentica primavera teologica. Ringrazio sentitamente il Coordinatore del Master, il Rev.do Prof. Uwe Michael Lang, per le cordiali parole di benvenuto e, soprattutto, per il prezioso lavoro profuso in questa opera. Desidero altresì esprimere la mia viva gratitudine a tutti voi, architetti e artisti del Master, che frequentate in quest’anno o che siete “ritornati oggi” in quella che, oltre ad essere un’esperienza accademica, vuole essere sempre più una dimora. La dimora è un luogo nel quale la memoria di se stessi, di quello che siamo, delle ragioni profonde che animano il nostro lavoro, è continuamente richiamata e sostenuta, soprattutto attraverso quella trama di relazioni buone che caratterizzano ogni movimento cristiano. Il modello supremo della Dimora, in questo senso, è l’Abbazia e, per analogia, la chiesa: luogo anche fisico nel quale l’uomo può essere ri-creato!

Con questo spirito abbiamo accolto l’appello del Santo Padre Benedetto XVI a partecipare, attivamente e con passione, a quel perenne rinnovamento nella fedeltà che, anche nella liturgia, nell’architettura e nell’arte sacra, sempre deve trovare spazio nella vita ecclesiale.

L’auspicio di tutti è che nei prossimi decenni possa progressivamente, ma costantemente, anche a livello istituzionale, essere tematizzata la cruciale questione dell’architettura e dell’arte sacra, senza pregiudizi o contrapposizioni, senza sterili nostalgie o pericolose fughe in avanti, perché possa aver luogo un vero e proprio rinnovamento di queste dimensioni cruciali della vita della Chiesa. Ogni autentico rinnovamento, nella Chiesa, non può che essere considerato alla luce dell’imprescindibile rinvigorimento della fede accolta, professata e vissuta. Ogni passo, ogni gesto di questo prezioso Pontificato pare inequivocabilmente votato a tale profondo rinnovamento!

Siamo qui riuniti, per volgere insieme lo sguardo a come l’Architettura e le Arti sacre siano chiamate a servire la Bellezza, e, quindi, come voi stessi, carissimi architetti ed artisti, siate chiamati a diventare, sempre più limpidamente, “ministri” della Bellezza e, conseguentemente, collaboratori della Salvezza di Cristo.

Direbbe san Paolo: «Adiutor gaudii vestrii» – «Collaboratore della vostra gioia» (2Cor 1,24), e quale gioia è più grande e profonda della Bellezza? Quale esperienza è gaudio più profondo di quella estetica? Quale rimanda più potentemente all’esperienza del soprannaturale, alla bellezza, che è Dio stesso?

Nostro Signore, Verbo incarnato, morto e risorto, raggiunge oggi gli uomini di ogni tempo e luogo attraverso le membra del Suo Corpo, che è la Chiesa, attraverso l’agire sacramentale e liturgico e, perciò, in modo unico, tramite i suoi sacerdoti.

Non intendo, con questo, delineare una mera subordinazione della vostra professione alla Missione ecclesiale, ma soltanto riconoscere, con voi e per voi, come l’andare a fondo dell’opera artistica, sia un divenire anzitutto “esperti” e, poi, ministri della Bellezza. È un incrementare la vostra stessa vita, associarvi alla “bellezza” più autentica, che è l’opera di Redenzione dell’umanità.

Afferma a tale riguardo San Tommaso d’Aquino che la santificazione dell’uomo, avendo come scopo e termine il bene eterno della deificazione dell’uomo, «è un’opera più grande della creazione del cielo e della terra, la quale ha come termine un bene mutevole» [I,II q. 113, a.9]. La Liturgia, perciò, è l’Opus Dei per eminenza che dà il vero senso dell’eternità della persona.

Nello svolgere questo argomento, mi soffermerò, fondamentalmente, su tre punti: il concetto di bellezza, la novità che scaturisce dal Mistero dell’Incarnazione e le conseguenze che ne derivano per la costruzione dell’edificio sacro.

1. Il concetto di bellezza

In una concezione “laica” di bellezza, dalla quale siamo sempre, in qualche modo, contaminati, potrebbe sembrare quanto meno curioso il titolo dell’incontro odierno: “Ministri della Bellezza”. Come sarebbe possibile infatti concepire un arte “a servizio” della bellezza? Ad alcuni pensatori pare più razionale, piuttosto, pensare ad un arte che sia “artefice”, “creatrice” di bellezza o, come è avvenuto sempre più diffusamente nell’epoca contemporanea, lasciare che sia la scuola tecnica o addirittura la singola produzione artistica a definire che cosa è “bellezza”. In questi anni, infatti, è palese come quanto più il contenuto di una produzione umana risulta dipendente dall’estro dell’artista, dall’autoreferenzialità del suo pensiero, tanto più volentieri, a tale contenuto, si attribuisca il concetto di “bello”, anche qualora esso risulti, in se stesso, logicamente incomprensibile, irreale e, talvolta, esplicitamente negativo.

Questa idea “laica” appare, però, totalmente inadatta ad una concezione autenticamente umana di bellezza e sembra derivare dalla crescente disabitudine ed incapacità da parte dell’uomo di “ascoltare” la realtà ed il proprio cuore.

La bellezza, infatti, secondo la concezione di San Tommaso – una delle comprensioni più alte che l’animo umano abbia mai raggiunto di se stesso e della realtà tutta – costituisce uno dei cosiddetti “trascendentali”, cioè di quelle caratteristiche che sono proprie di ogni ente filosoficamente inteso, l’uno, il vero, il buono ed il bello, appunto, e che derivano dal fatto che il suo essere è “dato”, per partecipazione, da Colui che è lo Stesso Essere Sussistente, cioè da Dio. Secondo tale concezione, quindi, la bellezza di un ente risulta tanto più grande, quanto maggiore è la partecipazione di quell’ente all’Essere di Dio.

Questa è la bellezza: il venire da Dio ed a Lui condurre!

E l’uomo è, nell’universo, l’unico, eccetto gli esseri spirituali, che sia capace di riconoscere, in modo originario ed immediato, tale bellezza, e quindi l’unico a poter ringraziare, lodare e servire Colui al quale essa rimanda. E le realtà create rimandano il cuore dell’uomo al Creatore di tutte le cose, attraverso la gratuità, che la loro esistenza è, e, insieme, attraverso la loro bontà e verità, cioè attraverso il marchio che di Dio portano con sé e che fece scrivere a San Giovanni Apostolo: «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3).

In questa concezione metafisica ed antropologica di bellezza, quindi, risulta “bello” ciò che “naturalmente” rimanda a Dio, cioè tutta la creazione, e, in modo eminente, l’uomo religioso, colui che, con la propria libertà, riconosce ed ama il suo Creatore. Sempre in questa concezione di bellezza, che mi sembra essere la più oggettiva ed universalmente sperimentabile, l’uomo che cerchi di rendere presente, col proprio lavoro, la bellezza contemplata, vi riuscirà nella misura in cui comprenderà, prima, e riprodurrà nella propria opera, poi, la stessa dinamica comunicativa della realtà creata.

Quanto detto circa la realtà della bellezza, oltre a mostrarne l’intimo legame con la verità e la bontà, ne salva anche l’assoluta oggettività: essa infatti non dipende più dall’arbitrio dell’uomo, secondo il pensiero idealista che considera i trascendentali come strutture dell’intelletto, ma dipende dallo stesso sguardo di Dio sulla Sua creazione: «e Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,25).

In secondo luogo, tale concezione salva anche la nostra soggettività, poiché le consente di uscire dal soffocante ripiegamento su se stessa e di svilupparsi nella libera adesione a ciò che realmente le corrisponde, e all’interno del quale soltanto essa può fiorire in modo prima inimmaginabile.

2. La novità del Mistero dell’Incarnazione

Ora, se quanto detto in estrema sintesi, corrisponde alla realtà “naturale” della bellezza, con l’Avvenimento Cristiano assistiamo al capovolgimento totale, paradossale, ma allo stesso tempo incredibilmente delicato ed armonioso, del concetto stesso di bellezza. Si tratta di quel Mistero che, nella Solennità odierna, la Chiesa ci invita a contemplare: «Angelus Domini nuntiavit Mariae, et concepit de Spiritu Sancto». La Beata Vergine Maria, offrendo il proprio incondizionato “sì” alla divina Volontà, concepì il Cielo nel suo grembo e, così, la Realtà vera ed eterna, alla quale tutta la creazione da sempre innalzava il proprio canto, in Maria, si è fatta presente alla maniera di tutte le realtà create; la Bellezza si è fatta carne: «Et Verbum caro factum est» (Gv 1,14).
Dio, l’Eterno Presente, si è fatto presente in un modo umanamente comprensibile, cioè materialmente osservabile e misurabile, ma, al contempo, in un modo che eccede ogni umana misura. Credo di poter dire che qualcosa di questo paradosso divino, sia riconducibile, da un punto di vista fenomenologico, ad un aspetto particolare del Mistero dell’Incarnazione: il Verbo di Dio, facendosi uomo, ha assunto, ha fatto “proprio” quanto c’è di più “divino” nell’universo, di più originario ed imprevedibile, cioè un’autentica libertà umana.

Nella libertà di un uomo, chiamato Gesù di Nazareth, duemila anni fa, ha cominciato ad essere presente ed operante l’Essere stesso di Dio, tanto che l’autore sacro ha potuto scrivere: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore» (1Gv 4,16) e, in un altro passo: «In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il Suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la Vita per Lui» (1Gv 4,9). Nel dialogo d’amore con il Signore Gesù, con Colui che è, al contempo, il figlio del falegname ed «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3), gli uomini hanno cominciato ad essere attirati dentro lo stesso dialogo d’amore di Dio.

Tutta la naturale bellezza dell’universo – adesso lo sappiamo – canta il Santissimo Nome di Gesù di Nazareth, e ciò che vi è di più “bello”, ora, è la realizzazione, in Cristo, della perfetta umanità, cioè della perfetta Comunione della creatura con il suo Creatore. Se, infatti, nelle realtà create, tra le quali spicca eminentemente l’uomo, ci è dato di contemplare il “bello” – qualcosa che viene da Dio e che a Lui conduce –, nella culla di Betlemme è offerta ai nostri occhi la stessa Bontà, la Verità, la Bellezza che il nostro cuore oppresso, talvolta, immaginava di potersi procurare da sé, ma di cui restava in definitiva privo.

Quindi, innanzitutto, quella Bellezza trascendente, che è Dio stesso, ed alla quale prima non si poteva fare che un indiretto riferimento – ogni umana definizione, infatti, si sarebbe automaticamente configurata come atto idolatrico –, è divenuta toccabile, udibile, visibile, cioè umanamente esperibile, in un uomo, in un volto: il Logos, per mezzo del Quale tutte le cose sono state fatte, si è dato a noi in un punto del tempo e dello spazio perché potessimo riconoscerlo con gli occhi della carne, ascoltarne l’amorevole invito e, nella Sua sequela, ritrovare noi stessi, la nostra vera identità, cioè la perfetta Comunione con Dio.

In secondo luogo, tale perfetta Comunione è stata realizzata «a caro prezzo» (1Cor 6,20), giungendo al suo culmine nell’obbedienza di Cristo «fino alla morte, e alla morte di Croce» (cfr. Fil 2,8). Se, infatti, l’unzione sacerdotale del Verbo di Dio è stata l’Incarnazione, il perfetto compimento di tale consacrazione-unzione è costituito dal Sacrificio della Croce, che consuma e trasforma, col fuoco dello Spirito, la carne assunta da Cristo.

Quella disarmata Bellezza accolta dai pastori di Betlemme, raggiunge il culmine nella Passione di Cristo, nella Sua morte violenta, nell’obbrobrio della Croce! Quanto vi era di più riluttante per l’uomo, cioè la morte, è diventato con Cristo la vera Bellezza, proprio per quell’inscindibilità del bello dal vero e dal buono, i quali, nell’Amore oblativo di Cristo, sono perfettamente compiuti.

Questa somma ed eterna Bellezza, che si è rivelata a noi nel Mistero della Croce, e che ci raggiunge, per dono dello Spirito, nella Risurrezione di Cristo, può essere riconosciuta e accolta dagli uomini, adesso, nella Santissima Eucaristia. In essa, Cristo ha affidato Se stesso e, quindi, i tesori della Salvezza, agli Apostoli ed ai loro successori.

In essa, il Signore Risorto è come crocifisso al nostro presente e, così, ci attira dentro il Suo futuro.

Tale divina attrazione, poi, quasi naturalmente, ci conduce ai piedi del confessionale, per consegnare le nostre resistenze ed il nostro peccato e ricevere in cambio la rigenerazione del Perdono.

Prosegue così, nella storia, quel circolo virtuoso, quella “scala di Giacobbe”, nella quale tutta la nostra personale esistenza, ogni nostro atto ed ogni circostanza, vengono abbracciati e trasformati. È la dinamica del vivo rapporto con Cristo, che la sacra Scrittura, ed in particolare i santi Vangeli, contengono e trasmettono, e del quale i Santi sono limpidi testimoni.

3. Conseguenze per la costruzione dell’edificio sacro

Dopo quanto abbiamo detto sulla novità del Mistero dell’Incarnazione, si comprende bene quale sia il compito del Sacerdozio ministeriale, e come la vostra missione possa contribuirvi.

Compito dei Sacerdoti è rendere presente la Bellezza che salva e offrirla agli uomini, dopo essere stati intimamente conquistati da essa e sacramentalmente trasformati. Ciò avviene, in modo eminente, nell’Eucaristia e nella Confessione sacramentale, nelle quali gli uomini, da duemila anni, si recano “fisicamente” davanti al Signore e vivono di Lui.

Compito degli architetti e degli artisti, poi, sarà innanzitutto lasciarsi coinvolgere da questa Bellezza, che suscita e permette l’atto di fede, aprendo sempre più il cuore dell’uomo all’opera della grazia e “trasferendolo” davanti alla Luce invisibile del Sacramento.

Gli artisti, possono e devono innanzitutto “fruire” dell’Amore di Cristo, che li raggiunge tramite i Sacerdoti, sia divenendo realmente presente sull’altare, sia abbracciando l’umana miseria nel Sacramento della Riconciliazione.

In secondo luogo, a partire dalla vostra reale, ecclesiale, ed insieme, personalissima accoglienza del Suo Amore, potrete comunicare qualcosa di vero agli altri. Infatti, nessuno può condurre l’altro laddove egli già non sia, ad una meta che non conosce. Nella misura in cui vi lascerete coinvolgere dalla Bellezza del Salvatore, potrete condurre i nostri fratelli a riconoscerla.

Aiuterete così anche i Ministri ordinati in una duplice maniera: da un lato, accompagnando il loro annuncio, attraverso le rappresentazioni artistiche della realtà di Cristo e del Suo dialogo con gli uomini, così come i Vangeli scritti e quei Vangeli viventi che sono i Santi ci testimoniano; dall’altro, sostenendo i Sacerdoti nella comprensione della loro reale, nuova identità, così da poter essere accompagnati, anche dalla bellezza, in quel cammino di assimilazione dell’essere sacramentale ricevuto, che nella Celebrazione Eucaristica ha il proprio rinnovamento ed il proprio culmine.

Conseguentemente, proprio partendo dalla bellezza ontologicamente intesa e dalla nuova concezione di bellezza derivante dal mistero dell’evento storico di Cristo Signore, è necessario riconoscere come l’Incarnazione, la Croce e l’Eucaristia – presenza del Risorto tra noi e nel mondo – siano le tre “dimensioni” dello spazio sacro.

Questo non può essere a-storico, perché il cristianesimo è una fede rivelata e perciò storica; non può essere de-forme, perché il Verbo si è fatto carne in una “forma” determinata ed insuperabile: l’uomo; non può, soprattutto, essere uno spazio a-polide, disorientato e disorientante, poiché Cristo è il Sole di giustizia, la Via, la Verità e la Vita. Egli è l’orientamento, la stella polare verso cui l’intera esistenza cristiana guarda costantemente.

A Cristo anche ciascun sacerdote è chiamato a guardare, soprattutto nella celebrazione dei divini misteri: la forma dello spazio sacro, la luce, l’arte che in esso vive e che, nel contempo, gli dona vita, sostengono un tale orientamento interiore innanzitutto del celebrante.

Lo spazio fisico della chiesa, che è sempre un segno inequivocabile della presenza del mistero nel mondo, acquista in modo più pieno e compiuto il proprio reale significato nella celebrazione liturgica. È differente lo stare in una chiesa anche molto bella, ma “muta” ed il vivere in pienezza la liturgia che in essa si celebra. Nella liturgia e della liturgia la chiesa vive, anche come edificio! Le pietre, le forme, le statue, gli affreschi, i dipinti, le vetrate, la musica, il canto, i gesti, tutto vive e riverbera nella sacra liturgia.

Lo spazio sacro viene, così, trasfigurato dal rito e, in particolare, da quel vertice sacramentale che è l’Eucaristia! Lo spazio è trasfigurato nella “Gerusalemme celeste”, che è realmente presente nel Sacramento e ci accoglie al proprio interno. Esso è chiamato a significare, così, la “precipitazione” del Cielo sulla terra, nella quale il Mistero percorre per noi quella distanza prima incolmabile.

D’altro lato il percorso di conversione e salvezza che l’uomo è chiamato a compiere nell’incontro con Cristo, dilata lo spazio sacro fino a quello specialissimo ed intangibile “spazio” che è la libertà umana. Nessun architetto o artista dovrebbe mai dimenticare come il vero “spazio sacro”, sul versante dell’uomo, sia quello della libertà e che mai, in alcun caso, la realizzazione di uno spazio e di un opera d’arte dovrebbe avere come conseguenza, anche solo percepita, la costrizione, l’oppressione della persona.

Lo spazio sacro è anche lo spazio antropologico ed entrambi sono inseriti e donano significato allo spazio cosmico. Questo, anche se oggi è così lontano dalla comune esperienza degli uomini, è, e rimane, essenziale, anzi determinante, per l’incontro con la bellezza seconda e con il Suo Creatore: la Bellezza prima.

Conclusione

Essere “ministri della Bellezza” significa, allora, essere servi della bellezza; servi della bellezza in se stessa e, soprattutto, dell’incontro degli uomini con la bellezza.

Mentre i sacerdoti, ministri per grazia ontologicamente conferita ed essenzialmente differente, vivono e mostrano primordialmente la Bellezza Divina attraverso l’annuncio della Buona novella e la celebrazione dei sacramenti, tutti siete chiamati, in forza del battesimo e – è doveroso ricordarlo – anche della comune ragione umana, a servire la bellezza come reale possibilità di salvezza, come antidoto alla dispersione, al disorientamento, allo smarrimento dell’io e del significato dell’esistenza.

Allora non sarete appena Architetti ed artisti, ma sarete “collaboratori della gioia” degli uomini, perché ministri, servi della bellezza! Ci assista la Vergine Annunziata, la Vergine del sì che, proprio per questo sì, è Causa nostrae Letitiae!

Retirado de: Sancta Missa

quarta-feira, 13 de abril de 2011

Mons. Newton: “grande interesse” del Papa per l'Ordinariato

A maggio e giugno ordinazioni diaconali e sacerdotali

Monsignor Keith Newton ha affermato che Benedetto XVI sta mostrando “grande interesse” per il primo Ordinariato per ex anglicani e che il Papa prega per questa nuova realtà.

L'ordinario lo ha affermato nella newsletter ufficiale dell'Ordinariato Personale di Nostra Signora di Walsingham, in cui ha parlato della sua udienza privata del 1° aprile con il Santo Padre.

Monsignor Newton ha detto che il Pontefice è “desideroso di avere notizie sul clero e sui fedeli che si uniranno quest'anno, e sulle nostre speranze e i nostri progetti per il futuro”.

Il presule, ex anglicano, ha confessato di aver potuto esprimere al Papa “il nostro sincero apprezzamento per le disposizioni generose della Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus e per il caloroso benvenuto che abbiamo ricevuto dalla Chiesa”.

Sono state già stabilite le date delle ordinazioni di diaconi e sacerdoti dell'Ordinariato, che si svolgeranno a maggio e giugno.

A maggio sono previste sette cerimonie per le ordinazioni diaconali, mentre le ordinazioni sacerdotali a Westminster avranno luogo il 10 giugno.

Dal: Zenit.it

O triunfo de Cristo pela Cruz

Retirado de: Encontro com o Bispo

Com a entrada triunfal em Jerusalém, como tinha sido profetizada, Jesus apresenta-Se como o Messias para o qual apontam todas as profecias do Antigo Testamento. Depois da Sua vinda, nada mais temos a esperar.


A vitória de Jesus, acontece por sua humildade. Com toda a clareza possível, Jesus desfaz o sonho triunfalista dos Seus conterrâneos. Esperavam um rei que se apresentasse revestido de glória e poder. Viria restaurar a grandeza e o esplendor perdidos por Israel, reduzindo as nações vizinhas à sua obediência.

É também verdade que um «pequeno resto» já tinha arrumado estes sonhos inúteis mas, na prática, era isto o que, especialmente os grandes do tempo de Jesus esperavam. Quando Pedro ouve Jesus falar da Sua paixão, chama-O à parte, para O demover deste propósito; a mãe dos filhos de Zebedeu pede para eles um lugar de relevo no reino; e Jesus surpreende os Apóstolos a discutir entre si qual deles era o maior, o mais importante no reino.

Não é também este o sonho que acalentamos acerca da situação da Igreja no mundo? Não estamos, muita vezes, à espera de triunfalismos dela que reduzam ao silêncio e à inação os seus adversários, enquanto, de fora, contemplamos e aplaudimos, felizes, a vitória dela? Não falamos com tanta freqüência no triunfo de Jesus e de Sua Igreja, mas com um sabor mundano?

Jesus apresenta-Se humildemente montado num jumentinho, e não em um luxuoso cavalo; não ostenta quaisquer insígnias que lembrem a Sua realeza. Vem, como sempre, revestido de simplicidade e humildade e pede que a Igreja O imite.

Isaías apresenta o Servo do Yhaveh – figura do Messias profetizado – triunfando pelo sofrimento, pela paciência e pela mansidão.

Não trava com ninguém uma luta corpo a corpo, porque não é este o caminho que o Pai escolheu. Alcançará o triunfo pelo Amor sem limites.

Com toda a paciência, sem voltar o rosto, desarma os Seus adversários, que esperavam enfrentar dificuldades, e como prevenção, usam a força para com Ele. O seu ouvido atento vai recolhendo o que o Senhor lhe manda. Ele veio para obedecer!

Nós, porém, somos tentados a fazer da fuga a tudo o que exige de nós sacrifício o ideal da nossa vida e até uma tática de combate. Por este caminho não chegaríamos nunca, com Jesus Cristo, ao Calvário e assim por ele, à glorificação eterna.

A fidelidade é a grande lição do caminho da Cruz. Ao terminá-lo, Jesus pode exclamar: «Tudo está consumado!»

Tal como fora profetizado no servo de Yhaveh, Jesus não volta o rosto para Se esquivar aos golpes, não Se retrai perante o sofrimento, mas leva até ao fim, com divina fidelidade, os desígnios do Pai.

Este caminhar direito segundo a vontade de Deus, sem desvios nem paragens nos deveres, sem recuos, também quando a fidelidade não é aplaudida e nem desejada pelo mundo de hoje, mas é a essência do ideal cristão.

A mensagem da Paixão de Jesus tem uma atualidade especial para os nossos dias em que muitos sonham com um cristianismo sem renúncias, sem mandamentos nem dificuldades.
 
+  Antonio Carlos Rossi Keller
Bispo de Frederico Westphalen

Brasil ganha mais três Arquidioceses



O Santo Padre Bento XVI, eregiu hoje, mais três arquidioceses no Brasil, elevando ao título de igreja Metropolitana as sedes episcopais de Pelotas, Santa Maria e Passo Fundo.

A nova arquidiocese de Pelotas, passa a ter duas dioceses sufragâneas, estas são: a Diocese de Bagé e a Diocese de Rio Grande. E como arcebispo, o senhor: Dom Jacinto Bergmann.

A arquidiocese de Santa Maria, passa a ter cinco dioceses sufragâneas, estas são: Diocese de Uruguaiana, Cruz Alta, Santo Ângelo, Santa Cruz do Sul e Cachoeira do Sul, tendo como arcebispo, o senhor: Dom Hélio Adelar Rubert.

A arquidiocese de Passo Fundo, passa a ter três dioceses sufragâneas, estas são: Diocese de Vacaria, Frederico Westphalen e Erexim. E como arcebispo, Dom Pedro Ercílio Simon.


Com informaçãoes de: L'Osservatore Romano - Boletim do dia

domingo, 10 de abril de 2011

Modo de Ajudar à Missa Cantada


Prepare-se na sacristia e na igreja as coisas para a missa, exceto o corporal e o cálice que devem estar preparados sobre o altar.

Para esta Missa precisa-se de: dois acólitos, Turiferário (se houver incenso), e mestre de cerimônias ou um acólito assistente para o celebrante.

Embora em princípio, uma Missa Cantada não admita o uso do incenso, a Sagrada Congregação dos Ritos em certos casos, concede o indulto para o uso do turíbulo nas solenidades especiais e onde é impossível ter diácono e subdiácono.* (* cf. Vavasseur, Cerimonial, Ed ix., vol. I, p. 520, n.288).

O Mestre de Cerimônias, ou o acólito assistente atuando como mestre de cerimônias, recebe o barrete e se ajoelha na esquerda do celebrante, e responde como a Missa Rezada. Ele acompanha o celebrante, ao altar, em seguida, passa à sua direita, recebe a naveta, e apresenta a colher, quando o incenso for posto dentro do turíbulo, ele recebe o turíbulo e dá-lo ao celebrante com os beijos de costume. Tão logo o turiferário deu o turíbulo para o mestre de cerimônias, ele passa à esquerda do celebrante, para ajudar com o mestre de cerimônias no aumento da casula. Ambos mestre de cerimônias e turiferário fazem a genuflexão quando o celebrante incensa diante do crucifixo. Enquanto isso, o primeiro acólito remove a estante do missal e coloca-o novamente após a incensação. O celebrante dá o turíbulo para o mestre de cerimônias, que o recebe com os beijos habituais. O mestre de cerimônias e o turiferário descem do lado da Epístola em plano. O mestre de cerimônia, incensa o celebrante com três ductos de dois ictos, estando o turiferário à esquerda do mestre de cerimônias.

Após a incensação, o mestre de cerimônias retorna o turíbulo ao turiferário, que o leva para a sacristia e retorna ao altar. O mestre de cerimônias auxilia o celebrante ao missal, no final da recitação do Glória, ele desce com o celebrante para o banco, onde o assiste como de costume, e no momento adequado retorna com o celebrante para o altar, levantando sua alva enquanto ele sobe, e depois vai para o missal. A missa procede como de costume.

O turiferário atua normalmente. No final do, Gradual Aleluia ou Tracto, o mestre de cerimônias assiste antes o turiferário e o turíbulo. O turiferário vai para a credência, deixa a naveta na credência. Após a palavra Sequentia, o turiferário dá o turíbulo para o mestre de cerimônias, que entrega ao celebrante com os beijos habituais, e depois da incensação recebe-o novamente e retorna ao Turiferário, que retoma o seu lugar ao lado do acólitos durante o canto do Evangelho. No final do Evangelho o Mestre de Cerimônias desce, recebe o turíbulo do turiferário e incensa o celebrante, como de costume, os acólitos, após genufletirem no meio do altar, retornam para os seus lugares. Após a incensação o mestre de cerimônias vai para cima e move o missal para o centro do altar.

Se o Credo segue imediatamente, o Turiferário espera no meio do Presbitério para a sua entonação, e na palavra Deum, se ajoelha e se retira. Se não houver Credo, ele se curva em Oremus, se ajoelha e vai para a credência e espera até que o incenso seja necessário. Se o Credo é cantado, o mestre de cerimônias age como no Glória.

No ofertório, logo que o celebrante disser "Oremus", o segundo acólito vai até o altar para receber o véu do cálice e coloca-lo no credência, ou na direita do altar. O primeiro acólito entretanto traz a galhetas e apresenta-as da maneira usual ao celebrante. Em seguida, o Turiferário deve subir ao altar para imposição do incenso, passando à esquerda do celebrante como antes.

Enquanto o celebrante incensa as oferendas e o crucifixo, o primeiro acólito vai para o meio, genuflete e vai direto para o altar, remove a estante do missal, desce pelo lado do Evangelho, e depois de o celebrante ter incensado este lado do altar, o primeiro acólito o segue e repõe o missal, então desce em plano, genufletem e vão para a credência.

Durante a incensação o mestre de cerimônias e o turiferário fazem a genuflexão quando o celebrante inclina para a cruz, mas somente após as ofertas foram incensadas e não antes. Quando o altar foi incensado, o mestre de cerimônias recebe o turíbulo e incensa o celebrante como de costume.

Então ele dá o turíbulo ao Turiferário que procede o incenso, incensando as pessoas. Entretanto, o primeiro acólito com a toalha e o segundo com o galheteiro da água chegam ao celebrante, curvando-se antes e depois, como de costume, pois eles, em seguida, retornam ao crédito. O mestre de cerimônias permanece ao missal para auxiliar o celebrante.

Para as velas aplica-se as mesmas regras como na Missa Rezada. Tudo agora procede como em Missa Rezada até a elevação. No Hanc Igitur, um acólito coloca incenso no turíbulo. Na elevação o primeiro acólito tocará o sino, e o Turiferário incensará o Santíssimo Sacramento como de costume.

Durante a elevação, o Mestre de Cerimônias deve ajoelhar-se à direita do celebrante para levantar-lhe a casula, com a mão esquerda. Se é costume local, o acólito segundo pode ir para o meio, genuflexão, e se ajoelhar na predella ao celebrante da esquerda, e levanta a casula, com a mão direita. Após a elevação, o mestre de cerimônias vai direto para o lado do missal e permanece no altar, ajudando o celebrante até o missal ser removido. O Turiferário tendo se retirado, como em missa solene, com os portadores da tocha, retorna e fica entre os acólitos. Se o segundo acólito ajudou na predella, ele vai descer em Plano, genuflexão, e retornar ao seu lugar.

Nas abluções, o primeiro acólito deve pegar as galhetas como em uma missa rezada. O segundo acólito, tomando o véu cálice, prossegue até o meio de satisfazer o mestre de cerimônias que vem do lado do Evangelho com o livro, eles se ajoelham em conjunto, e o Mestre de cerimônias vai para o lado da Epístola, enquanto o segundo entrega o véu do cálice ao celebrante. O segundo desce, se ajoelha e vai para o posto. O mestre de cerimônias permanece à direita do celebrante, do lado da Epístola.

Se o último Evangelho for ser lido no missal, o mestre de cerimônias deverá retirar o livro logo que o celebrante for para o centro, de modo que ajoelhará num lugar certo, para a Bênção. Se não houver Evangelho especial, o mestre de cerimônias fecha o livro e vai para o lado do Evangelho para responder ao celebrante.

Durante o último Evangelho o Mestre de Cerimônias traz o barrete, e espera do lado da Epístola para o celebrante.

***
N.B. - Durante a Missa Cantada o mestre de cerimônias faz todas as respostas para o celebrante.
Nota. - Quando a sacristia está a uma distância do altar, as tochas são mantidos na credibilidade ou ábaco, e aqui também Turiferário os lugares o turíbulo, quando não em uso durante a missa.

Fonte: Sancta Missa

Hipocrisia Abortista

PARTE I
 
 Recentemente, quando perguntada se é a favor da legalização do aborto, Ana de Hollanda, Ministra da Cultura, respondeu com uma só palavra:
"Sou."
Sobre massacre de 12 crianças em Realengo, subúrbio da cidade do Rio de Janeiro, a ministra achou por bem dar uma declaração com mais conteúdo:
“A tragédia do Realengo nos mergulha num sentimento que desconhecíamos, uma dor absurda porque misturada a um espanto descomunal. Ao mesmo tempo, nos leva a uma adoção pela dor: todos e cada um de nós passamos a ter ali a sua filha, o seu filho, o seu sobrinho, além daquela típica e tão querida garota do vizinho que certo dia se infiltrou na nossa vida com a desculpa de gostar de tomar o lanche na nossa casa. Como mãe, tia e avó que sou, me somo a cada mãe e a cada família para, ao mesmo tempo em que choro junto, dar um abraço apertado para renovarmos a esperança na vida e, também juntos, passarmos a cuidar mais dela.

Ana de Hollanda

Ministra de Estado da Cultura"

Difícil imaginar um exemplo mais perfeito de hipocrisia abortista. Deparada com um questionamento sobre a liberação do aborto, a ministra não deixou dúvidas sobre seu posicionamento. Nem mesmo tentou, como outras ministras a quem foi feita a mesma pergunta, maquiar a resposta. É a favor e pronto.

Tempo de gestação, motivos do abortamento e outras variáveis criadas por abortistas para tornar mais palatável o horror que eles defendem, sequer passaram pelo discurso da ministra. Em resumo, por suas palavras podemos imaginar que ela é favorável a qualquer tipo de aborto.

Palmas para sua coerência! Sou dos que defendem que quem é favorável a um tipo de aborto é também, por coerência, favorável a qualquer outro tipo. Quem é favorável à distribuição de Pílulas do Dia Seguinte deve também, por coerência, ser favorável ao Aborto por Nascimento Parcial, uma coisa que é tão ou mais horrenda quanto um psicopata atirar na cabeça de uma criança. Incoerente é defender uma coisa e verter lágrimas pela outra.

Ou seja, quando a mídia está em polvorosa, procurando qualquer autoridade para dar declaração, Ana de Hollanda lembra que é "mãe, tia e avó" e chora junto às mães das vítimas. Certo... Já quando é perguntada por uma revistazinha idiota se ela é favorável à morte de não-nascidos, ela nem titubeia: "Sou".

Interessante, não? Os abortistas e sua ética seletiva é coisa realmente espantosa.
 
PARTE II
Em entrevista à revista Marie Claire, ao lhe ser perguntado se é a favor do aborto, Maria do Rosário, ministra da Secretaria de Direitos Humanos,  saiu-se com a mais longa resposta dentre todas as respostas à mesma pergunta, que também foi feita às suas companheiras ministras:
"É um tema que precisa ser trabalhado pela sociedade e as mulheres brasileiras precisam ser escutadas. O que é um tema de saúde pública foi transformado num tema eleitoral nos últimos tempos. Não foi justo o que tentou se fazer com a presidenta Dilma como mulher, colocá-la em uma situação difícil. Foi muito adequado quando ela respondeu que essas circunstâncias não devem ser tratadas como um caso de polícia, mas sim de saúde pública. Sou favor de que no Brasil se cumpra a legislação, que diz respeito à questão do estupro, da violência de um modo geral. Acho que nós devemos avançar na questão do risco de vida da mãe, assegurando a agilização desses procedimentos. Concordo também nos casos de anencefalia, que não tenhamos essa dor perpetuada para as mulheres durante a gravidez. Essa é a minha posição institucional. Minha posição pessoal é contrária de que as mulheres sejam penalizadas."

Esta coisa de duas posições, uma pessoal e outra institucional, já foi tentada pelo ex-presidente Lula. É coisa de gente bicéfala, de gente que pensa que é possível defender uma coisa quando em um cargo público e outra pessoalmente. É a tática daqueles que preferem enganar em vez de afirmar explicitamente o que realmente pensa sobre o assunto.

Lula é um mestre nisto e parece que a ministra Maria do Rosário foi boa aluna, pois ela consegue a façanha de no mesmo parágrafo dizer que é a favor do cumprimento da lei e, logo em seguida, dizer que é contrária a que mulheres sejam penalizadas.

A eloqüência de Maria do Rosário contrasta com a economia de vocábulos da ministra Ana de Hollanda, mas nem por isto é menos desastrosa.

Quem gasta uma penca de palavras para responder se é ou não a favor do aborto, só quer enganar seu interlocutor. E é exatamente o que tenta fazer Maria do Rosário, e o melhor exemplo disto é exatamente que ela consegue se contradizer em um simples parágrafo. Bastava um simples sim ou não...

Após o massacre em Realengo, a ministra Maria do Rosário esteve no Hospital Albert Schweitzer, para onde foram encaminhadas as vítimas da tragédia. Lá a ministra deu a seguinte declaração:

"O Brasil está de luto. Nossa presença no Rio de Janeiro é símbolo de solidariedade. Eu vim representando a presidente Dilma. (...)

Esse é um momento de solidariedade. Ninguém pensaria isso no nosso país. É a primeira vez que aconteceu. Nós estamos em choque."

Pois é... A ministra parece se preocupar muito com solidariedade, não é mesmo? Ela e também a presidente Dilma, pois a ministra a representava, preocupam-se muito com a solidariedade às vítimas quando os holofotes da mídia e os olhos do país lhes estão voltados. Já quando se trata da morte de crianças não-nascidas, o truque é dizer que tudo se trata de um problema de Saúde Pública, o que é mentira. Aí, para esta gente, tudo está resolvido... Aí não há ministra e nem presidente em estado de choque. Para elas, não há nem vítimas, o que há é uma candidata que foi colocada em "situação difícil". Fácil mesmo deve ser para o nascituro que foi parar no lixo hospitalar como solução do tal problema de Saúde Pública, não?

O governo Dilma pode estar completando apenas 100 dias, mas parece que a hipocrisia nem precisa de muito tempo para atingir os alarmantes níveis anteriores.

Retirado de: Contra o Aborto

sábado, 9 de abril de 2011

Tempo da Paixão - Forma Extraordinária

NOTAS PARA O TEMPO DA PAIXÃO


a) Antes das I.ª Vésperas: cobrem-se com véu roxo todos os crucifixos e imagens expostas à pública veneração nas Igrejas.

b) No Ofício do tempo da Paixão: omite-se o Gloria Patrino fim do Sl. Venite exsultemus e nos Resp. breves de todas as Horas. No Hino Vexilla Regis ajoelha-e à palavra O Crux.

c) Em Prima: diz-se todos os dias (a não ser que se marque outra coisa) o V/ Qui sedes; como também a lectio brevis Faciem meam.

d) Na Missa do tempo: omite-se o Sl. Judica me nas orações ao pé do altar, como também o Gloria Patri no Intróito e no Lavabo (e no Asperges da Missa dominical).

PRIMEIRO DOMINGO DA PAIXÃO

a) Ofício: dominical próprio do tempo da Paixão.Laudes II. Horas menores: antif. Próprias. Prima: Sl. 53 no lugar do 117.

b) Missa: sem o Sl. Iudica me; sem Gloria Patri no Intróito e Lavabo; sem Gloria; Credo; pref. da Santa Cruz; Ite Missa est.

Retirado de: ORDO 2011

Viviendo la Semana Santa en Familia

Si algo he aprendido en mis tres años de ser una mamá católica es que la batalla de mantener el balance entre los aspectos religiosos y seculares de una celebración no son tan fáciles de llevar. Y, no es fácil, porque las celebraciones seculares casi siempre son más atractivas que su contraparte religiosa.


La Pascua no es la excepción. Como católicos que somos, la Pascua es la celebración litúrgica más importante del año. Es un día en que reafirmamos nuestra fe en la Resurrección de Cristo entre los muertos. Pero, para la mayoría de los chicos, es el día en que el conejo de Pascua les trae una canasta llena de dulces y regalos. Les garantizo que si ustedes le preguntan a cualquiera de sus hijos menores de 10 años que escojan entre ir a Misa para celebrar la Resurrección de Cristo o participar de una fiesta con conejo pascual incluido de seguro este gracioso animal ganaría.

El hecho es que, he descubierto que si me esfuerzo al máximo, siempre hay maneras de encontrar conexiones entre la religión y las tradiciones seculares. El como lo hacemos es nuestro desafío como padres, abuelos, tíos, tías y padrinos católicos que somos.

Por ejemplo, mientras tus niños les encanta la cacería de los huevos de pascua por la casa, (así se ganarían los premios escondidos dentro), les puedes explicar que la costumbre de los huevos de pascua tiene un origen cristiano y que simboliza a Cristo: así como el huevo oculta una vida que brotará, la tumba de Jesús también oculta su futura resurrección. También, que el anhelado conejo de Pascua es un símbolo cristiano de la Resurrección. Su uso se remonta a antiguos predicadores del norte europeo que veían en la liebre un símbolo de la Ascensión de Jesús y de cómo debe vivir el cristiano: las fuertes patas trasera de la liebre le permiten ir siempre hacia arriba con facilidad, mientras que sus débiles patas delanteras le dificultan el descenso. Estas pequeñas explicaciones -que se las puedes decir a manera de historias- pueden abrir la puerta para una discusión entretenida sobre el bautismo, la resurrección de Cristo, etc.

Aún si el niño es muy pequeño para entender lo que el Sacramento del Bautismo, por ejemplo, verdaderamente significa, es bueno ir introduciéndolos sobre este tipo de temas de una forma sencilla y entretenida. Por ejemplo, cuando tu hijo abra su libro de fotos y observe las fotos de su bautismo, junto con tu esposo pueden ir contándole que esas fotografías fueron tomadas el día en que ella entró a formar parte de la familia de la Iglesia. Tales argumentos, por lo menos, hacen que los hijos sean consciente de este sacramento y de lo que significa.

Explicando temas difíciles

Parte del desafío de hacer participar a nuestros hijos en las celebraciones religiosas es que la mayoría de las fiestas de la Iglesia son para adultos en naturaleza y contenido.

Por ejemplo, algunos años atrás, leí un libro sobre la Semana Santa y la Pascua a mi sobrina de cuatro años, Samanta. Luego de semanas de leer el libro, Samanta le hizo preguntas a su mamá -que sólo podría hacerlas niñas de cuatro años- acerca de lo injusto que había sido el arresto y la crucifixión de Jesús y como él se las "ingenió" para resucitar entre los muertos después de tres días.

En vez de apartar su atención de estos temas, mi hermana aprovechó la oportunidad de responder, de una forma creativa, las preguntas de Samanta a la luz del Evangelio.

Los muchos símbolos e historias que acompañan la Semana Santa y la Pascua provee numerosas oportunidades para comprometer a los chicos y enseñarles más acerca de la fe. En esta Pascua busca oportunidades para hacer conexión entre las tradiciones festivas seculares y las cristianas. Oportunidades hay, tu deberás aprender algo nuevo en el proceso.

Si no estás segura cuales son esas conexiones, debes visitar una librería local con libros para la Pascua y sus tradiciones o buscarlas en la web. Tu parroquia también debe tener recursos disponibles.

Los mayorcitos de la casa

¿Cómo hacer que los adolescentes se involucren en la Pascua? En esta etapa difícil y rebelde de todo ser humano, toma un poco más de esfuerzo hacer que ellos se involucren ya que por lo general los chicos aprovechan estas fiestas para pasar más tiempo con sus amigos en lugares de diversión o simplemente optan por estar fuera de casa. Por ello, conviene apoyarse en los grupos juveniles que existen en las parroquias o en los propios colegios. Casi siempre, durante los oficios de Viernes Santo, los pasajes del Evangelio sobre la Pasión de Cristo, su muerte y Resurrección son leídas o interpretadas en alguna obra teatral.

Estas obras a menudos son interpretadas en la Cuaresma y Pascua. Se sugiere que el grupo juvenil o grupo de amigos -con la guía de un párroco o liturgista- protagonicen la obra de la Pasión para la comunidad parroquial o escolar.

Fuente: aciprensa.com

Asia Bibi corre perigo de vida

Asia Bibi, a cristã paquistanesa condenada à morte por blasfêmia e hoje em uma penitenciária, nos últimos dias contraiu uma doença exantemática, que provoca erupções cutâneas por todo o corpo (pensa-se em varicela), enquanto ainda não está claro quem foi capaz de infectá-la. Provavelmente porque a sujeira é predominante em sua cela, nas suas roupas. O fato é que a doença enfraquece ainda mais o seu corpo, já débil e provado por meses de prisão na solitária.


A Fundação Masihi, através da agência de notícias Fides, lançou um apelo: “Agora, mais do que nunca, é urgente uma intervenção médica. Estamos tentando organizar com as autoridades da prisão, a visita de um especialista de confiança. Realmente tememos por sua saúde, que possa ficar gravemente doente e morrer na prisão”. Asia, segundo os seus advogados, deveria neste momento interromper o jejum da Quaresma, que está realizando, enquanto seu corpo já está muito debilitado.

“Ela reza muito e faz jejum, oferecendo a Deus o seu sofrimento. Mas esperamos que a visita dos médicos possa convencê-la a retomar a alimentação. Deve fazê-lo para o seu bem e de sua saúde”, disse à agência Fides, Haroon Masih, diretor da Fundação Masihi, que se ocupa da sua assistência jurídica e material.

Entretanto, no mundo se multiplicam as comunidades que rezam por Asia Bibi e pela sua libertação. Um convento de religiosas de clausura de Toledo (Espanha), as Concepcionistas franciscanas (ordem fundada pela Santa Beatriz da Silva), começou uma campanha de oração. Irmã Maria Imaculada, abadessa do mosteiro, escreveu uma mensagem à Agência Fides: “Estamos acompanhando o caso de Ásia e estamos rezando por ela e sua família, mas também para todos aqueles que morreram para defendê-la. Estamos felizes que também o Santo Padre tenha se interessado à sua causa. Rezamos para que o Senhor conceda a graça para a Ásia de poder encontrá-lo. Rezamos a Deus com todo o coração para que um dia possa abraçar novamente a sua família”.

Fonte: Rádio Vaticano

Por que cobrimos as imagens no fim da Quaresma?

O padre-blogueiro John Zuhlsdorf, conhecido como “padre Z”, é um favorito de muitos membros da equipe do Salvem a Liturgia!. No dia 29 de março de 2009, 5º domingo da Quaresma (no calendário litúrgico atual) e 1º domingo da Paixão (no calendário tridentino), ele colocou em seu blog o seguinte texto, que vai aqui traduzido:


No Missale Romanum de 1962, na forma extraordinária do Rito Romano, este é o primeiro Domingo da Paixão. No Novus Ordo também chamamos o Domingo de Ramos de “Domingo da Paixão”. Hoje é o início do “Tempo da Paixão”. É conhecido como o Domingo Iudica, da primeira palavra do Intróito da Missa, do Salmo 42 (41).

Perdemos coisas durante a Quaresma. Estamos sendo podados através da liturgia. A Santa Igreja experimenta morte litúrgica antes da festa da Ressurreição. O Aleluia cessa na Septuagésima. Música e flores são abandonadas na Quarta-Feira de Cinzas. Hoje, estátuas e imagens são envolvidas com um véu roxo. Por isso é que hoje é às vezes chamado Domingo Repus, de repositus analogus to absconditus ou “escondido”, porque esse é o dia em que cruzes e outras imagens nas igrejas são cobertas. O Ordo universal da Igreja publicado pela Santa Sé tem uma indicação de que as imagens podem ser cobertas a partir deste domingo, o 5º da Quaresma. Tradicionalmente as cruzes podem estar cobertas até o fim da celebração da Paixão do Senhor na Sexta-Feira Santa e as imagens, tais como estátuas, podem continuar cobertas até o início da Vigília Pascal. Em minha paróquia natal de Santa Inês em St. Paul, Minnesota, a grande estátua da Pietá está apropriadamente descoberta durante a função litúrgica da Sexta-Feira Santa.

Também, como parte da poda, a partir de hoje no rito antigo da Missa, o salmo “Iudica nas preces ao pé do altar e o “Glória ao Pai” no fim de certas orações não foi mais recitado.

A poda se faz mais profunda conforme avançamos pelo Tríduo. Depois da Missa da Quinta-Feira Santa o Santíssimo é removido do altar principal, que fica nu (a toalha é removida) e sinos são substituídos por matracas de madeira. Na Sexta-Feira Santa não há sequer Missa. No início da Vigília somos privados até de luz! É como se a Igreja mesma estivesse completamente morta com o Senhor em sua tumba. Essa morte litúrgica da Igreja revela como Cristo se esvaziou completamente de Sua glória para nos salvar de nossos pecados e nos ensinar quem somos.

Na vigília da Páscoa, a Igreja então ressurge gloriosa para a vida. Nos tempos antigos, a vigília era celebrada tarde da noite. Na escuridão, uma simples centelha era espalhada pelas chamas. As chamas espalhavam-se por toda a Igreja.

Se pudermos nos conectar de coração e mente com a liturgia da Igreja, na qual esses sagrados mistérios são reapresentados, por nossa receptividade ativa nos tornaremos participantes nos mistérios salvíficos da vida, morte e ressurreição de Cristo. Para iniciar essa receptividade devemos ser membros batizados da Igreja e estar em estado de graça.

sexta-feira, 8 de abril de 2011

Papa expressa solidariedade às vítimas do atentado no Rio

Fonte: Zenit

O Papa enviou nesta sexta-feira uma mensagem ao arcebispo do Rio de Janeiro, Dom Orani Tempesta, em que afirma estar “profundamente consternado” pelo atentado desta quinta-feira em uma escola da zona oeste da cidade. O episódio de violência deixou 12 crianças mortas e outras 12 feridas, quando um atirador abriu fogo contra alunos e depois se matou.


“Profundamente consternado pelo dramático atentado realizado contra crianças indefesas em um colégio municipal no bairro do Realengo”, o Papa assegura “sua solidariedade e conforto espiritual às famílias que perderam seus filhos e toda a comunidade escolar com votos de pronta recuperação dos feridos”, afirma o telegrama, assinado pelo cardeal Tarcisio Bertone.

O Papa convida “todos os cariocas, diante desta tragédia, a dizer não à violência, que constitui caminho sem futuro, procurando construir uma sociedade fundada sobre a justiça e o respeito pelas pessoas, sobretudo os mais fracos e indefesos”.

“Em nome de Deus para que a esperança não esmoreça nesta hora de prova e faça prevalecer o perdão e o amor sobre o ódio e a vingança, Sua Santidade Papa Bento XVI concede-lhes uma confortadora Bênção Apostólica", encerra o texto.

terça-feira, 5 de abril de 2011

La belezza en la liturgia, entrevista con Mons. Guido Marini

Traducción al español de Secretum Meum Mihi de una entrevista concedida por el Maestro de Ceremonias de las Celebraciones Litúrgicas del Papa, Mons. Guido Marini, al semanario polaco Niedziela.


***

La belleza en la liturgia

Wlodzimierz Redzioch habla con el Rev. Mons. Guido Marini, Maestro de Ceremonias del Papa, acerca de los cambios en las celebraciones liturgicas introducidos por Benedicto XVI.

Siempre los vemos parados al lado del Papa; son sus sombras, concentrados en sus movimientos y gestos; lo dirigen, le recuerdan lo que debe hacer; lo ayudan cuando se requiere; discretos e indispensables. Son los maestros de ceremonias papales. La gente reconoce sus caras como reconoce las caras de los Papas mismos. Durante casi todo el pontificado de Juan Pablo II el Maestro de Ceremonias del Papa fue el P. Piero Marini, quien fue nombrado arzobispo en 2003. Él sirvió a Benedicto XVI por casi dos años. En Octubre de 2007 un nuevo Maestro de Ceremonias apareció, por extraña coincidencia él tiene el mismo apellido pero su nombre de pila es Guido. El P. Guido Marini viene de Liguria. Nació en Génova en 1965 Después de sus estudios en el Seminario Mayor de la Arquidiócesis en su ciudad natal, fue ordenado en 1989 por el Cardenal Giovanni Canestri. Continuó su formación en Roma, primero en la Pontificia Universidad Lateranense, en donde recibió su grado doctoral ‘in utroque iure’, y después en la Pontificia Universidad Salesiana, en donde estudió psicología de la comunicación. Luego de regresar a Génova, trabajó como secretario personal y maestro de ceremonias de los arzobispos: Cardenal Giovanni Canestri, Cardenal Dionigi Tettamanzi y Cardenal Tarcisio Bertone. Dá conferencias y cumpe varias funciones en la Curia local. En Octubre de 2007, Benedicto XVI lo nombró, al parecer siguiendo el consejo del Secretario de Estado Vaticano, Cardenal Tarciso Bertone, Maestro de Ceremonias de la Oficina de las Celebraciones Litúrgicas del Papa. Así, el jóven sacerdote fue hecho responsable por la dura tarea de implementar la reforma de las celebraciones litúrgicas con el objetivo de regresar al verdadero espíritu de la liturgia.

Wlodzimierz Redzioch: ¿Cómo es la colaboración entre Benedicto XVI y Su Maestro de Ceremonias?, ¿el Papa lo decide todo?


Mons. Guido Marini: Primero, me gustaría resaltar que las celebraciones que preside el Santo Padre deben ser los puntos de referencia para toda la Iglesia. El Papa es el sacerdote superior, el que ofrece el sacrificio de la Iglesia, el que muestras la enseñanza litúrgica por medio de las celebraciones, el punto de referencia para todos. Considerando esta explicación es más fácil entender cual debería ser el estilo de colaboración entre el Maestro de Ceremonias papal y el Santo Padre. Uno debe actuar del modo que haga de las liturgias papales las expresiones de su autentica orientación litúrgica. Entonces, el Maestro de Ceremonias del Papa, debe ser siervo humide y fiel de la liturgia de la Iglesia. He entendido desde el mismo comienzo en este sentido mi trabajo en la Oficina de las Celebraciones Litúrgicas del Papa.

Wlodzimierz Redzioch: Todos podemos ver los cambios introducidos por Benedicto XVI a las celebraciones litúrgicas. ¿Cómo podemos sintetizar estos cambios?

Mons. Guido Marini: Creo que estos cambios pueden ser sintetizados en la siguiente forma: primero que todo, estos son cambios hechos de acuerdo con la lógica del desarrollo de la continuidad con el pasado. Así que no estamos tratándo con el rompimiento con el pasado y yuxtaponiéndolo con los pontificados anteriores. Segundo, las cambios introducidos sirven para evocar el verdadero espíritu de la liturgia como lo quizo el Concilio Vaticano Segundo, ‘El “sujeto” de la belleza intrínseca de la liturgia es Cristo mismo, resucitado y glorificado en el Espíritu Santo, quien incluye a la Iglesia en su obra’.

Wlodzimierz Redzioch: Celebraciones dirigidas hacia la cruz, la Sagrada Comunión recibida directamente en la boca y de rodillas, momentos más largos de silencio y meditación, estos son los más visibles cambios litúrgicos introducidos por Benedicto XVI. Infortunadamente, muchas personas no entienden los significados teológicos e históricos de estos cambios y lo que es peor, los pueden ver como un ‘regreso al pasado’. ¿Puede brevemente explicar el significado de estos cambios?

Mons. Guido Marini: Para decirle la verdad, nuestra oficina ha recibido muchos testimonios de los fieles, que han recibido favorablemente los cambios introducidos por el Papa, porque ellos los ven como la autentica renovación de la liturgia. En cuanto a la significancia de algunos cambios diré algunas reflexiones sintéticas. Celebrar hacia la cruz reafirma la correcta dirección de la oración liturgica, i.e. hacia Dios; durante las oraciones los fieles no miran a sí mismos sino deben dirigir sus ojos hacia el Salvador. El dar las hostias a las personas mientras se arrodillan, busca dar valor al aspecto de la adoración tanto como elemento fundamental de la celebración y como la actitud necesaria mientras se está frente al misterio de la presencia real de Dios en la Eucaristía. Durante la celebración litúrgica la oración asume varias formas: palabras, cantos, música, gestos y silencio. Por otra parte, los momentos de silencio nos permiten participar verdaderamente en el acto de la adoración, y lo que es más, desde dentro evocar otra forma de oración

Wlodzimierz Redzioch: El Papa dá importancia a los ornamentos litúrgicos. ¿Es un asunto de mero esteticismo?

Mons. Guido Marini: Para entender mejor las ideas del Papa respecto al significado de la belleza como un importante elemento de las celebraciones litúrgicas, me gustaría citar la exhortación apostólica “Sacramentum Caritatis”, ‘La relación entre el misterio creído y celebrado se manifiesta de modo peculiar en el valor teológico y litúrgico de la belleza. En efecto, la liturgia, como también la Revelación cristiana, está vinculada intrínsecamente con la belleza: es veritatis splendor. [...] Este atributo al que nos referimos no es mero esteticismo sino el modo en que nos llega, nos fascina y nos cautiva la verdad del amor de Dios en Cristo, haciéndonos salir de nosotros mismos y atrayéndonos así hacia nuestra verdadera vocación: el amor. La verdadera belleza es el amor de Dios que se ha revelado definitivamente en el Misterio pascual. [...] La belleza de la liturgia es parte de este misterio; es expresión eminente de la gloria de Dios y, en cierto sentido, un asomarse del Cielo sobre la tierra. La belleza, por tanto, no es un elemento decorativo de la acción litúrgica; es más bien un elemento constitutivo, ya que es un atributo de Dios mismo y de su revelación’.

Wlodzimierz Redzioch: Benedicto XVI ha cambiado su férula pastoral, actualmente está usando la férula con forma de cruz. ¿Por qué?


Mons. Guido Marini: Me gustaría recordarle que hasta el pontificado del Papa Paulo VI los Papas no usaron crucifijo en absoluto, en ocasiones especiales llevaban la férula. El Papa Montini, Paulo VI, introdujo una férula con forma de crucifijo. Y así lo hizo Benedicto XVI hasta el Domingo de Pentecostés de 2008. Desde entonces ha estado usando férula porque Él cree que es más adecuada para la liturgia papal.

Wlodzimierz Redzioch: ¿Por qué es tan importante que la Iglesia preserve el uso del latín en la liturgia?


Mons. Guido Marini: Aunque el Concilio Vaticano Segundo introdujo las lenguas nacionales, recomienda el uso del latín en la liturgia. Pienso que es por dos razones que no debemos abandonar el latín. Sobre todo, tenemos una gran herencia litúrgica del latín: desde el canto gregoriano a la polifonía, así como los ‘testi venerandi’ (textos sagrados) que los Cristianos han usado por epocas. Además, el latín nos permite mostrar la catolicidad y la universalidad de la Iglesia. Podemos experimentar esta universalidad en una forma única en la Basílica de San Pedro y durante otra reuniones internacionales cuando hombres y mujeres de todos los continentes, nacionalidades, lenguas, cantan y oran en la misma lengua. ¿Quien no se va a sentir en casa cuando estando en una iglesia del extranjero puede unirse a sus hermanos en la fe, por lo menos en algunas partes, usando el latín?

Wlodzimierz Redzioch: ¿Está Usted de acuerdo que la fe del sacerdote se expresa en un modo especal en la liturgia?


Mons. Guido Marini: No tengo duda de ello. Porque la liturgia es la celebración del misterio de Cristo aquí y ahora, el sacerdote está llamado a expresar su fe de una manera doble. Primero, él debe celebrar con los ojos del que mira más allá de la realidad visible para ‘tocar’ lo que es invisible, i.e. la presencia y la obra de Dios. Es el ‘ars celebrandi’ (arte de la celebración) lo que le permite a los fieles constatar si la liturgia es sólo una presentación, puesta en escena por el sacerdote, o si es una relación vívida y atractiva con el misterio de Cristo. Segundo, después de la celebración el sacerdote está renovado y listo a seguir lo que ha experimentado, i.e. hacer de su vida una celebración del misterio de Cristo.

A secularização litúrgica como negação do culto

Retirado: Sancta Missa Portugal 

Sicuramente la genesi di gran parte del crollo della Liturgia, a cui da decenni stiamo assistendo nella Chiesa, è da rintracciarsi in ciò che Sua Eminenza il Cardinal Raymond Leo Burke ha acutamente evidenziato all’inizio della sua Lectio magistralis: “…un’esasperata attenzione rivolta all’aspetto umano della liturgia…” ovvero la sua secolarizzazione.


Essa si dettaglia in tutti quegli infiniti e variegati tentativi di “adeguamento” tra la fede e il suo linguaggio da una parte e il mondo dall’altra, tra liturgia e mondo. Un mondo, però, che viene sempre più concepito etsi Deus non daretur. E proprio Benedetto XVI ha affermato che “la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal culto della liturgia che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur”.

Negli ultimi anni la secolarizzazione è stata analizzata, descritta e definita in molti modi, ma, per quanto ne sappia, nessuna di queste descrizioni ha sottolineato un punto che ritengo sia essenziale e che rivela in effetti meglio di ogni altra cosa la vera natura della secolarizzazione. La secolarizzazione, a mio avviso, è innanzitutto una negazione del culto. Sottolineo: non una negazione dell’esistenza di Dio, o di un qualche tipo di trascendenza e quindi di ogni sorta di religione. Se il secolarismo in termini teologici è un’eresia, si tratta innanzitutto di un’eresia sull’uomo. È la negazione dell’uomo in quanto essere che adora, in quanto homo adorans: colui per il quale l’adorazione è l’atto fondamentale, che allo stesso tempo “colloca” la sua umanità e la compie. È il rifiuto “decisivo” ontologicamente ed epistemologicamente, delle parole, che “sempre, dovunque e per tutti” sono state la vera “epifania” del rapporto dell’uomo con Dio, con il mondo e con sé stesso.

Questa definizione di secolarizzazione ha certamente bisogno di una precisazione. E ovviamente non può essere accettata da coloro che, assai numerosi, oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, riducono il cristianesimo in categorie intellettuali (“credenza futura”) o in categorie etico-sociologiche (“servizio cristiano al mondo”), e che quindi pensano debba essere possibile trovare non solo un qualche tipo di adeguamento, ma anche un’armonia profonda tra la nostra “età secolare”, da un lato e il culto, dall’altro. Se i fautori di ciò che fondamentalmente non è altro che l’accettazione cristiana della secolarizzazione sono nel giusto, allora naturalmente tutto il nostro problema è solo quello di trovare o inventare un culto più accettabile, più “rilevante” per la moderna visione del mondo dell’uomo secolarizzato. E tale è, infatti, la direzione presa oggi dalla stragrande maggioranza dei riformatori liturgici.Quello che cercano è un culto le cui forme e contenuti “riflettano” i bisogni e le aspirazioni dell’uomo secolarizzato, o ancor meglio della secolarizzazione stessa. Un aspetto che ha la sua ricaduta in un vasto raggio dalla ritualità, all’arte e alla architettura sacra.

Basti pensare che la “stessa incapacità dell’uomo di oggi di rapportarsi con il mistero” diventa un criterio per realizzare nuovi spazi liturgici (vedi Chiesa di Piano s. Giovanni Rotondo); o si traduce nel tentativo di entrare in dialogo con una certa cultura definita oggi proteiforme: “…l’architettura contemporanea è fluida, cangiante, proteiforme; così come un liquido si adatta al suo contenitore, essa si conforma alla sensibilità dell’artefice. Tutte le modalità di espressione artistica sono strettamente connesse alla soggettività…”- in questi termini si esprime D. Bagliani, docente al politecnico di Torino (opinione riportata in un articolo “Nuove Chiese, progetti da premio” di L. Servadio, in merito ai tre progetti pilota di nuove chiese vincenti alla quinta edizione del concorso Cei, 2009).

Un edificio può mettere in evidenza il silenzio, un altro un certo connubio fra natura e architettura (bioarchitettura), un altro un certo collegamento tra passato e futuro; oppure può adottare semplicemente forme stravaganti: una gemma di roccia poggiata al suolo, con un ingresso che invita ad un senso di protezione, simbologie ricercate e analogie, ecc.

Allo stesso modo questa “incapacità di rapportarsi col mistero” può tradursi nell’adozione nell’ambito dell’arte sacra di un astrattismo proprio dell’arte contemporanea: l’arte nella sua astrattezza e fluidità tenderebbe pertanto ad esprimere “l’inesprimibilità” del sacro e del mistero: “…anche le parole più astratte del Signore quale, via verità e vita, potrebbero essere rivestite di forma e colore…” (vedi T. Verdon in un suo articolo comparso sull’Osservatore Romano del 12 gennaio 2008).

Sono solo alcuni esempi che ci rivelano un assoggettamento della liturgia, e quindi della stessa arte sacra e religiosa in genere, alla capacità di comprensione attuale. Il risultato è un vago spiritualismo, un simbolismo figurativo confuso e astratto, una liturgia intellettualizzata. A chiunque abbia avuto, sia pure una sola volta, la vera esperienza del culto, tutto questo si rivela subito come un semplice surrogato. Egli sa che il culto secolarista è semplicemente incompatibile con il vero culto. Ed è qui, in questo miserabile fallimento liturgico, i cui risultati terribili stiamo solo cominciando a vedere, che il secolarismo rivela il suo ultimo vuoto religioso e, non esiterò a dirlo, la sua essenza del tutto anti-cristiana.

La società è ormai pervasa da questa mentalità secolarizzata che sembra non risparmiare nemmeno la Chiesa, aggredendo particolarmente l’integrità della Liturgia. Quelli che dovrebbero essere chiaramente definiti e condannati come abusi liturgici diventano sempre più la norma. Si celebra in ogni luogo, in ogni modo, e in ogni forma. É difficile ormai trovare una celebrazione “cattolica”, nel vero senso della parola, “unica e universale”. Non entriamo poi in merito degli edifici e degli spazi liturgici, dove convivono tranquillamente, banalità sciatteria e bruttezza. É difficile definirli “casa” ancor meno “casa di Dio”. Luoghi che consacrati per il culto a Dio possono tranquillamente essere usati per qualsiasi “celebrazione”, o spettacolo, o teatro, o conferenza col risultato di far perdere definitivamente la loro identità di luogo sacro.

Ma non vorrei scadere nella mera polemica fine a se stessa!

Per cui, ripetiamo ancora una volta, la secolarizzazione non è affatto identica all’ateismo, e per quanto paradossale possa sembrare, può essere dimostrato che essa ha sempre avuto un desiderio particolare per l’espressione “liturgica”. Se, tuttavia, la mia definizione è corretta, allora tutta questa ricerca di “adeguamento” perviene ad uno scopo irrimediabilmente morto, se non addirittura senza senso. Quindi la formulazione stessa del nostro tema – “liturgie secolarizzate” – vuol mettere in evidenza, a mio avviso, innanzitutto una contraddizione interna, in termini; una contraddizione che esprime l’impossibilità stessa di una “liturgia secolarizzata”.

Rendere culto è, per definizione una azione, una realtà di dimensione cosmica, storica ed escatologica; è espressione, in tal modo, non solo di “pietà”, ma di una totalizzante “visione del mondo”. E quei pochi che si sono presi la pena di studiare il culto in generale e il culto cristiano, in particolare, (J. Ries, M. Eliade, per citare solo i più rappresentativi, che furono fra i primi nell’immediato post concilio a suonare il campanello d’allarme di una pericolosa ideologia di desacralizzazione all’interno della Chiesa stessa, e non vennero ascoltati) sarebbero certamente d’accordo che su un livello storico e fenomenologico questa nozione di culto è oggettivamente verificabile.

Il secolarismo, ho detto, è soprattutto una negazione del culto. E, in effetti, se quello che abbiamo detto circa il culto è vero, non è altrettanto vero che il secolarismo consiste nel rifiuto, esplicito o implicito, precisamente di quella concezione dell’uomo e del mondo che proprio il culto ha lo scopo di esprimere e comunicare?

Di don Matteo De Meo

Sangue derramado no mundo evoca o de Jesus

Fonte: Zenit

Editorial de Federico Lombardi em “Octava Dies”


O sangue que Jesus derramou não é contra ninguém, mas para todos, e o que está sendo derramado neste momento em muitos lugares ao redor do mundo o evoca constantemente.


Esta é a reflexão do diretor da Sala de imprensa da Santa Sé, Federico Lombardi, em seu editorial de ontem no "Octava Dies", o informativo semanal do ‘Centro Televisivo Vaticano'.

Refletindo sobre o recente livro do Papa, "Jesus de Nazaré 2", Lombardi recordou a afirmação de Bento XVI de que "o sangue de Jesus não foi derramado contra ninguém, mas por muitos, por todos (...). Nós todos precisamos da força purificadora do amor, e essa força é o seu sangue. Não é maldição, mas salvação".

Esta, disse o porta-voz vaticano, "é uma das afirmações do livro que mais atraiu a atenção e rendeu muitos consensos, porque elimina resolutamente pela raiz as interpretações de uma passagem do Evangelho que parecia ser uma condenação do povo judeu".

"Hoje, estas palavras vêm à mente quando olhamos de novo para todo o sangue derramado na Costa do Marfim, na Líbia, em tantos outros lugares no mundo", observou.

"Quando veem o sangue derramado, os cristãos não podem deixar de lembrar espontaneamente do sangue de Jesus", acrescentou.

Acima de tudo, lamentou o "sangue derramado pelas guerras civis, por conflitos internos nos países que, por mais variados que sejam, deveriam tentar crescer como comunidade humana e civil, onde, no entanto, são escavados abismos de ódio não só para hoje, mas também para o futuro".

Deus, acrescentou, "está perto, presente e partilhando o sofrimento causado pela violência homicida, com a qual só pode se alegrar quem é inimigo da humanidade".

Deus, porém, "continua amando a todos e desejando a salvação de todos, em todos os lugares, pagando o preço da credibilidade deste amor".

Esse amor é uma "arma impotente" ou é, no final, "mais forte que as outras?", perguntou Lombardi, concluindo que "o caminho da cruz e da ressurreição sustenta o difícil compromisso de todos os construtores da paz".
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...